16 Gennaio 2026
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di EMMA PAGLIARI - "I giovani di qua, i giovani di là...i ragazzi avrebbero bisogno di questo, non dovrebbero fare quello...": gli adulti parlano, giudicano, consigliano il mondo giovanile, ma i giovani si sentono ascoltati e rappresentati. Lo abbiamo chiesto direttamente a loro (e ad un'esperta) per scoprire che...

“I giovani non hanno voglia di lavorare”.
“I giovani sono dipendenti dal telefono”.
“I giovani non hanno più rispetto”.
“I giovani sono troppo sensibili”.
Titoli su titoli. Articoli su articoli. Parole su parole.
Ma dietro il termine “giovani”, c’è anche un corpo in carne ed ossa, una testa che pensa, un cuore che batte?
Questi “giovani” che riempiono giornali e dibattiti, sanno di essere al centro di così tante accuse? Si riconoscono in ciò che si dice su di loro? E, nel caso, cosa ne pensano?
La redazione dell’Ora Buca ha deciso di chiederlo direttamente a chi viene descritto in questi titoli: i ragazzi. La domanda è semplice, ma scomoda: ti sei mai sentito davvero rappresentato in un articolo o servizio scritto da un adulto sulla “Generazione Z”?



“Personalmente, non mi sono mai sentita rappresentata negli articoli che parlano della Generazione Z”, ci racconta la studentessa diciassettenne del Liceo Anguissola Caterina Govoni – “Ciò che trovo particolarmente frustrante è il continuo confronto tra “i loro tempi” e i nostri. È un paragone che non ha senso: stiamo crescendo in una realtà completamente diversa, in un periodo storico con sfide nuove e, per certi versi, anche più complesse”. 

“Si legge dalle prime frasi quando l’articolo è scritto da un adulto e ogni volta sembra che gli adulti d’oggi non abbiamo mai vissuto l’adolescenza. Sono sempre a giudicare i comportamenti dei “giovani d’oggi”, anche se magari loro non erano molto diversi. Sempre gli stessi argomenti, sempre le stesse colpe. Leggere un articolo è come leggerli tutti, la sostanza è sempre la stessa”, spiega Martina Spinelli, studentessa del Liceo Stradivari.

Mina Luzzardi frequenta il Liceo Manin

Dal Liceo Classico Manin, Mina Luzzardi, invece, offre una visione più conciliatoria: “Percepisco lo sforzo che gli adulti compiono per cercare di capirci e comprendere le dinamiche così diverse che caratterizzano il nostro modo di vivere. Però viviamo in un mondo differente da quello in cui vivevano loro, quindi credo sia impossibile trovare un articolo che ci racconti in modo genuino e veritiero, se non scritto da un giovane in prima persona”.

Quello che emerge dalle opinioni dei diversi ragazzi è dunque che il punto di vista di un adulto difficilmente riesce a cogliere le complessità delle loro esperienze quotidiane. Molti sentono la necessità di articoli scritti da coetanei o specialisti, capaci di raccontare senza filtri “senior” ciò che significa crescere oggi, con sfide, opportunità e contraddizioni che solo chi le vive può davvero comprendere. 

Molti sentono la necessità di articoli scritti da coetanei o specialisti, capaci di raccontare senza filtri “senior” ciò che significa crescere oggi.

“Non mi sento rappresentata negli articoli che gli adulti scrivono sulla Generazione Z.”, afferma Isabella Mineri, neodiplomata dell’Anguissola, “Tendono a parlare solo di alcune “pazzie” di alcuni ragazzi, come se fossimo tutti uguali. Preferisco gli articoli scritti dai giovani perché sanno com’è vivere da ragazzi nella società odierna”. Con lei concorda Maurizio Pedrazzani, studente dello Stradivari: “Avevo visto un documentario sulla psicologia e su come funziona il cervello di un adolescente. Mi era piaciuto perché dava una spiegazione ai comportamenti adolescenziali e si vedeva che era stato scritto da adulti specializzati affiancati da adolescenti. Però è uno tra tanti. Di solito ciò che leggo è molto ripetitivo e si capisce che è basato su una percezione superficiale dell’adolescenza”. Per Maria Giupponi del Vida “più si diventa grandi, più è facile puntare il dito su chi ha difetti. Gli psicologi, invece, ci riconoscono anche alcuni pregi: una forte sensibilità, l’attenzione a una società più equa e una maggiore cura per la salute mentale”.

La dott.ssa Chiara Capoani

Per avere uno sguardo professionale (e adulto) su questo tema, abbiamo chiesto un parere alla psicologa Chiara Capoani, che lavora quotidianamente sia nelle scuole, a contatto con bambini e adolescenti, sia presso il centro di neuropsichiatria Il pesce sull’Albero . Il suo approccio parte dall’idea che il dialogo tra generazioni non sia semplice, ma neanche impossibile: “Nella mia esperienza, vedo tanti tipi di adolescenti: qualcuno ha voce per esprimere un disagio, qualcuno va accompagnato a fidarsi dell’adulto prima di arrivare, spaventato, ad ammettere una difficoltà.”, spiega la professionista, “Qualcuno accusa gli adulti di pressare con richieste, domande e aspettative, e quindi pare sentirsi fin troppo visto, ma non nel modo in cui vorrebbe. Qualcuno non sa nemmeno, effettivamente, cosa desiderare dal rapporto con gli adulti, perché li vede come lontani, o addirittura da evitare! Se c’è movimento tra i due mondi, quindi, direi, che è una conquista! Arrendersi e limitarsi al “non ci capiamo”, porta un rapporto a stagnare, a rimanere fermo. Se diamo, invece, qualche possibilità, provando anche a fare mosse sbagliate, è importante poi ammettere di aver ferito, o non aver compreso, scusarsi e riprovare con nuovi tentativi”

«Arrendersi e limitarsi al “non ci capiamo” porta un rapporto a stagnare. Dare qualche possibilità, anche sbagliando, è ciò che permette movimento tra i due mondi»

Per approfondire: la Repubblica – Non è tutta colpa dei social:
il difficile dialogo tra boomer e GenZ

Pensieri e parole di un adulto, di una professionista, a confronto con quelli di ragazzi e ragazze che vengono da scuole e contesti diversi, ma che condividono la stessa esigenza: essere raccontati con autenticità, senza filtri e senza etichette imposte dall’alto. Non vogliono essere ridotti a titoli sensazionalistici o a generazioni “problematiche”, ma riconosciuti come individui con idee, valori e prospettive sul mondo che meritano di essere ascoltate. Ma nel mondo di oggi, chi ascolta davvero la loro opinione?

Le risposte a questo quesito non sono concordi. Alcuni, come Caterina e Martina, raccontano di essersi sentiti ignorati, liquidati con frasi come “sei troppo giovane per capire”, e di aver percepito che non stessero davvero ascoltando, ma solo fingendo di farli sentire coinvolti senza dare realmente peso alla loro opinione.
Altri, come Maria, hanno vissuto esperienze positive, soprattutto a scuola, quando il dialogo si è trasformato in un vero scambio tra persone, senza ruoli e gerarchie. 

Altri ancora, come Mina e Isabella, hanno l’opportunità di esprimersi e sentirsi ascoltati in famiglia o con gli amici, ma nel contesto scolastico non si sono mai sentiti inclusi in conversazioni in cui potessero far valere la loro opinione. Maurizio, invece, ricorda che in spazi come la parrocchia o gli scout ci si sforza di dare spazio alle opinioni dei giovani, concentrando le attività sulla loro percezione del mondo.

Secondo la dott.ssa Capoani, lavorare con gli adolescenti significa confrontarsi quotidianamente con il delicato tema del sentirsi ascoltati. Non sentirsi considerati può lasciare un segno profondo e convincere un ragazzo che ciò che pensa o sente non abbia alcun valore. È in questo spazio silenzioso che crescono rabbia e frustrazione, che sfociano in fiumi di parole aspre e, al contempo, in una rassegnazione silenziosa, che allontana il ragazzo dal farsi ascoltare e lo convince a “recitare un ruolo attribuito dalle rappresentazioni degli adulti che non stanno interpretando positivamente le sue potenzialità”. 

«Sarebbe bello darci l’occasione di fare degli apprezzamenti, di sottolineare piccole conquiste, di rinforzare bei comportamenti, e fare anche uno sforzo di vedere il bello nel dialogo tra generazioni»

La poca fiducia nel dialogo tra generazioni può portare a mostrare a vicenda soprattutto i propri lati negativi. Succede, a volte, che dei genitori o degli insegnanti facciano dei commenti – più o meno ironici – che generalizzano i comportamenti dei ragazzi (frutto anche della cultura della loro generazione e di quella precedente).” , aggiunge la dott.ssa, “Riportando un esempio – “non hai mai voglia di fare niente” – se da una parte, questo può creare inizialmente rabbia o frustrazione che può fare anche da motore per contrastare questa accusa, dall’altra non è nemmeno semplice dare prove sufficienti per togliersi di dosso un’etichetta simile a lungo termine (perché sarebbe impossibile non avere quei bellissimi momenti di riposo o sana noia che normalmente ci possiamo concedere). Il rischio, quindi, è quello di ingabbiarsi in questa etichetta e alla fine convincersi che quella accusa ci descriva davvero. Questo porta realmente (è una dinamica psicologica riconosciuta) alla probabilità di mettere in atto azioni che effettivamente confermano questa idea: quindi, seguendo l’esempio, rintanandosi di più in camera, sul divano, nel mondo online, ecc…
“In una età come quella dell’adolescenza, poi, in cui ci si sperimenta e si tenta di definirsi nella propria identità, può essere rischioso. Sarebbe bello, ogni tanto, darci l’occasione di farci degli apprezzamenti, di sottolineare piccole conquiste, di rinforzare bei comportamenti, e fare anche uno sforzo di vedere il bello nel dialogo tra generazioni”.


Le riflessioni della dott.ssa Capoani ricordano quanto certe generalizzazioni e stereotipi possano davvero ferire e danneggiare la percezione che un ragazzo può avere di se stesso. Gli adolescenti sono esposti sempre di più a critiche del tipo: “i giovani non hanno voglia di lavorare”, “stanno sempre al telefono”, “sono maleducati”, “sono irrispettosi”, “sono troppo sensibili”: etichette che riducono esperienze complesse a commenti semplicistici e semplificatori, che rischiano di ingabbiare menti in sviluppo e soffocare la loro voglia di esprimersi. I ragazzi, per primi, si riconoscono in alcuni di questi stereotipi, ma ritengono importante specificare come siano opinioni precostituite, e che racchiudere un’intera generazione in poche frasi fatte sarebbe approssimativo. 

Maurizio Pedrazzani

Mina sottolinea che, se è vero che passiamo molto tempo al telefono, lo stereotipo nasce dall’idea che questo ci renda incapaci di socializzare o mantenere relazioni autentiche: “Io non ho mai visto il telefono come un limite, ma come uno strumento che mi permette di connettermi con gli altri. Gli adulti spesso si fermano all’apparenza, perché non sono abituati a questo mondo”. Anche Martina osserva che molti adulti interpretano male il tempo che i giovani trascorrono online: “Per me il telefono è un mezzo di sfogo, un modo per ridere, parlare con amici, stare bene. Non significa che siamo svogliati”. Maurizio aggiunge che le difficoltà della vita moderna, come i costi, la burocrazia, l’intrattenimento che può creare dipendenza, complicano il percorso verso esperienze reali e opportunità di lavoro. Il paradosso del mercato del lavoro è sottolineato invece nelle riflessioni di Isabella: “Non siamo pigri, ma spesso non ci vengono offerte opportunità per dimostrare il nostro valore. Se ci impegniamo, possiamo fare molto”. Fare e costruire, anche se giovani, perché “non è una questione di età”, afferma Caterina ricordando che ogni generazione ha persone laboriose e persone pigre.
“Lo stereotipo che i giovani siano annoiati o privi di motivazioni è superficiale”, sintetizza bene Maria, “Ognuno ha passioni, interessi e modi diversi di esprimersi. Dire che siamo svogliati vuol dire fermarsi all’apparenza”.




Chiara Capoani conferma che alcuni degli stereotipi letti sui giornali hanno un fondo di verità, ma spesso vengono enfatizzati per creare scalpore: “Ciò che leggo e ascolto sulle nuove generazioni riguarda per esempio l’influenza dei social nelle loro vite, il bullismo e le baby gang, l’uso dell’IA, la precocità nell’approcciarsi alle esperienze, il calo di attenzione prolungata… Tutti fenomeni rilevanti e validati da studi, che vanno monitorati, soprattutto rimanendo in stretto dialogo con gli adolescenti, per aiutarli a sviluppare pensiero critico.”, spiega la psicologa, “Tuttavia questi dati vengono spesso amplificati dai media, dando un’impressione negativa generalizzata. Inoltre sento adulti scettici che demonizzano i cellulari, internet e i social, ma va accettato che fanno parte ormai della nostra vita, direttamente e indirettamente e vietarli o controllarli ai ragazzi è impossibile: anzi, non favorisce la possibilità di provare ad utilizzarli con sempre più consapevolezza.
Nel lavoro quotidiano con i ragazzi, sia nelle scuole sia privatamente, l’importante è mettersi in ascolto senza giudizio e capire il loro atteggiamento personale, i motivi che li spingono verso certe scelte, ma anche riconoscere la loro sensibilità e l’impegno verso temi sociali, ambientali e psicologici, che emerge in modo precoce”.

Quello che emerge dalle voci dei ragazzi e dalle riflessioni della psicologa è chiaro: non basta parlare di giovani, serve parlare con loro, ascoltare le loro storie, le loro opinioni, la loro visione del mondo. Perché gli adolescenti sono gli adulti del futuro, quelli che presto prenderanno decisioni, guideranno cambiamenti, costruiranno la società di domani. Riconoscere il loro valore oggi, significa porre le basi per un futuro più consapevole, più umano e più aperto al dialogo fra generazioni.


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