Questo articolo fa parte di ONestamente, una serie di approfondimenti de L’Ora Buca sui temi dell’attualità giovanile: spunti, provocazioni, sollecitazioni proposti ai ragazzi per capire come la pensano. L’attività rientra nel progetto “Giovani ON: un’esperienza per crescere”, finanziato da Regione Lombardia nell’ambito del bando “La Lombardia è dei Giovani 2024” in collaborazione con ANCI Lombardia – Capofila Comune di Cremona.

Oggi una cifra scritta in rosso su una verifica può apparire come un verdetto. Un 4 può pesare come un macigno, un 10 può sembrare un trofeo. Ma noi studenti, noi giovani siamo davvero solo quel numero? Una domanda che ritorna nel dibattito scolastico e che la redazione de L’Ora Buca ha posto ad alcuni adolescenti cremonesi provenienti da scuole e percorsi diversi.
Le loro riflessioni si inseriscono in un dibattito acceso, reso ancora più attuale dalle proteste di molti maturandi che, durante l’orale dell’Esame di Stato, hanno deciso di contestare l’intero sistema della maturità. Ha dato via alla catena di scene mute Gianmaria Favaretto, da Padova, che non condividendo i criteri della valutazione scolastica si è rifiutato di sostenere il colloquio orale dopo aver comunque raggiunto la sufficienza per essere diplomato. Dopo di lui, quasi per emulazione, altri casi in diverse parti d’Italia. Al centro sempre lui: il voto.

“La maturità è secondo me una formalità veramente inutile e non valorizzante. Due prove scritte e una prova orale, per un totale di 13 ore, non rappresentano minimamente l’impegno che abbiamo messo in cinque interi anni di superiori”, afferma il recente maturo dell’Itis Torriani di Cremona Sukhveer Singh. Opposto è invece il pensiero della compagna Sofia Epifani, che critica i recenti atti di ribellione dei suoi coetanei: “Capisco e riconosco il disagio, ma il silenzio all’orale non è la forma giusta per esprimerlo. L’esame è un’occasione per raccontarsi, non solo per essere valutati. È un modo per cercare di far capire chi si è realmente, le proprie passioni e i propri obiettivi ed è forse una delle poche volte che la scuola ti permette di farlo. Serve ripensare al metodo con cui esprimere il proprio disagio cosicché la protesta abbia un seguito e sia più efficace. Deve essere costruttiva e dialogica”.
Della stessa opinione è Imerio Chiappa, dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Cremona, che propone una visione di maturità basata sul vincere e superare le prove della vita. “Il sistema della maturità deve dimostrare che sei capace e maturo per affrontare una situazione. Non credo che rifiutarsi di affrontarla sia segno di maturità, perchè sono dell’idea che quel momento vada vissuto. Prima dimostro di saperlo affrontare e superare poi, come per fortuna si può fare sempre, dico cosa non mi va bene e per quali motivi. Allora avrò dimostrato maturità”

Ogni giorno milioni di studenti si scontrano con verifiche, interrogazioni e giudizi che causano ansie e competizioni malsane. Il voto, nato come metodo di riscontro per insegnanti e alunni, è diventato il centro di gravità dell’intero sistema scolastico e tutto ciò a cui spesso gli studenti si riducono. La verità è che questo metro di giudizio, per quanto importante, rappresenta solamente una fotografia parziale. Il voto non racconta infatti la fatica, l’impegno silenzioso, le ore di studio passate sui libri, i sacrifici e le sfide che ognuno affronta fuori dall’edificio scolastico.
Le parole di Elisa Castelli, studentessa del liceo artistico Stradivari di Cremona, sottolineano perfettamente quanto ci sia oltre un segno rosso su una verifica. “Il voto è solo un numero. Io sono molto di più: le mie idee, la mia fatica, i miei sogni, anche i miei sbagli. Il voto può dire qualcosa, ma non racconta chi sono davvero”. Della stessa opinione è Valerio Nobile, studente del liceo scientifico sportivo Vida, che riscontra come nelle valutazioni scolastiche sia data troppa poca importanza all’interesse e all’intero percorso di apprendimento e di crescita personale: “Sono cosciente del fatto che il voto sia solo un numero rappresentativo del risultato conseguito in un operato temporaneo, che funge da punta dell’iceberg nel percorso di apprendimento; la mia coscienza risuona con esso solo quando rispecchia impegno e comprensione, non il mero conteggio di risposte corrette”.

“Se mi sento il voto che prendo? No, non penso che un voto possa definirmi come persona, anche se sono contenta e soddisfatta dell’esito della mia maturità.”, confida ancora Elisa, “È solo una parte di me, non racconta la fatica, l’ansia e la resilienza. Ritengo che i voti siano simbolici, non identitari. I voti mi gratificano, perché riflettono l’impegno e la crescita personale, nonostante non sempre rappresentino ciò che ci sta dietro: non rappresentano le mie passioni, né l’ansia e purtroppo a volte neanche l’impegno messo. È una performance, non la mia identità: ne sono fiera, ma non mi basta”.
“La verità è che questo metro di giudizio rappresenta solamente una fotografia parziale. Il voto non racconta la fatica, l’impegno silenzioso, le ore di studio passate sui libri, i sacrifici e le sfide che ognuno affronta fuori dall’edificio scolastico”
I giovani di oggi sono sempre più spesso definiti “Ultra Potenziali”, ragazzi con abilità cognitive sopra la media che eccellono con facilità e ottimi risultati in molteplici ambiti, tra cui scuola, sport e vita sociale. Ma dietro questa capacità di destreggiarsi in ogni contesto si nasconde spesso un peso invisibile: la fatica di soddisfare aspettative sempre più alte. “Il periodo più brutto della mia carriera scolastica è stato quando prendevo tutti 10. Era diventato un incubo, ciò che mi teneva sveglia la notte e mi faceva paura di giorno. Temevo che, se non avessi continuato a ottenere voti perfetti, mi avrebbero considerata una fallita”, sono le parole di una delle ragazze che abbiamo intervistato e che ha preferito l’anonimato, parole che non dovrebbero appartenere a qualcuno di ancora così giovane. Per chi è abituato a eccellere, anche un solo voto basso può diventare motivo di forte frustrazione. E troppe sono, purtroppo, le storie in cui ciò ha avuto esiti drammatici.

Troppo spesso inoltre le dinamiche negative di una classe nascono proprio a causa dei voti e dalla rivalità legata ad essi. “Sono sempre stato un ragazzo molto legato al numero che ricevevo e molto competitivo con i compagni.”, racconta ancora Sukhveer, “Solo nell’ultimo periodo, mentre mi preparavo per gli scritti di maturità, mi sono convinto che per cinque anni mi sono impegnato davvero ed effettivamente avrei solo guadagnato sollievo dallo stress”. Ciò che è successo al neo diplomato del Torriani, questa matura presa di consapevolezza, non accade purtroppo a tutti. Molti studenti continuano infatti a vedere i voti come motivo di gelosia e competizione, non cogliendo invece il loro significato vero: quello di mostrare la propria conoscenza su un argomento. Su questo si esprime ancora il Provveditore di Cremona, Imerio Chiappa, parlando della sua esperienza come ex insegnante: “Alcuni studenti hanno come obiettivo centrale, forse come forma mentis, quello di riuscire a primeggiare nello studio, desiderio che a volte sfocia nella competizione. Ci sono altri studenti invece che hanno una visione diversa della vita e vedono quindi lo studio come una delle numerose parti del loro percorso. Inserendo questi ragazzi in uno stessa classe la situazione risulta molto eterogenea. Ci sarà quello che studia ed è competitivo e quello che invece si accontenta perchè ha altri interessi. Non la vedo quindi una sfida a “Sono più bravo di te”, ma vedo sfaccettature diverse perché vedo ragazzi diversi”.

Il voto rappresenta solo una delle molte forme di intelligenza: quella scolastica, non quella emotiva o relazionale. Abilità non valutate con voti numerici come empatia, creatività, leadership, problem solving pratico possono sembrare meno importanti all’interno di una comunità come quella di classe, portando i ragazzi a concentrarsi maggiormente sulla crescita scolastica rispetto a quella personale. La scuola dovrebbe promuovere la curiosità, lo sviluppo dell’intelligenza emotiva e il desiderio di conoscere, non l’ansia nell’eccellere. Il solo fatto che la maggior parte degli studenti, per arrivare al voto sperato, inventi sempre nuovi metodi di copiatura riflette una mentalità completamente distorta e corrotta. Copiare per mostrare le proprie abilità e per dimostrare di essere abbastanza è qualcosa che oggi si sottovaluta perché considerato normale. Non avrebbe senso copiare se il voto non portasse con sé così tante conseguenze negative sulla psicologia dei giovani.


“Credo serva un sistema più umano, che guardi al percorso e non solo al risultato. Valutazioni continue, auto-valutazioni e colloqui autentici sono fondamentali. Il voto può e deve restare, ma va integrato con strumenti che raccontino la valutazione in modo più completo e significativo”. Forse non è utopia il pensiero di Sofia Epifani, studentessa diciottenne dell’Itis, ma il primo passo per una scuola che valuti davvero chi siamo, e non solo ciò che dimostriamo in un compito scritto. Al contrario di Sofia, invece, Valerio crede che un migliore sistema di valutazione dovrebbe puntare maggiormente sul ruolo dell’insegnante, non puramente come dispensatore di informazioni ma come guida di vita. “I numeri o le lettere sono efficaci per una rappresentazione sintetica, ma le scuole devono impegnarsi a formare insegnanti che non trasformino la valutazione in mera competizione ed educare gli studenti ad attribuire al voto il giusto peso emotivo e la giusta coscienziosità”. “Basta un parere dal docente, un commento vero, detto con calma, che ti motivi a fare di più, che ti incoraggi e ti spieghi dove hai sbagliato senza farti sentire incapace.”, aggiunge Elisa, “Non servono numeri per capire se stai migliorando”.
