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di SARA BRUNELLI - Ne vengono fatte milioni e milioni ogni giorno: per i social, per l'informazione, per ricordo...eppure poche di loro diventano iconiche, anche tutte (nel loro piccolo) portano con sé qualcosa. Le fotografie sono diventate oggetti immateriali dietro i quali però c'è una grande sostanza, ricerca, etica e riflessione: ne abbiamo parlato con la fotografa professionista Giulia Barbieri.

Fotografare è un’azione che tutti compiono, quasi inavvertitamente, spesso compulsivamente. Ma quando qualcuno lo fa con consapevolezza e con un’idea, può cambiare il mondo. Lo scorso 2 aprile, a Cremona, presso il bar Spoon di via Bordigallo, la fotografa Giulia Barbieri ha offerto una profonda riflessione sull’etica della fotografia.

L’incontro, inserito nella cornice de “La Dolce Vita cremonese”, il contest fotografico organizzato dal collettivo universitario 50 millimetri (attivo fino al 20 maggio), ha visto Barbieri, uno dei giudici della competizione, dialogare con il giornalista e amico Claudio Gagliardini. I due, insieme, hanno creato “E benessere digitale”, un progetto che riguarda il comportamento in rete.



Il percorso di Giulia Barbieri non nasce da una predisposizione tecnica, ma da un’educazione al “vedere bene”. «Se qualcuno mi avesse detto 10 anni fa che avrei fatto questo lavoro non ci avrei creduto perché sono discalculica e la fotografia è tutta questione di numeri, ma in accademia un professore ha visto qualcosa in me e mi ha detto che “vedevo bene”. Mi disse di scordarmi la macchina fotografica, ma di andare fuori e imparare a guardare. Ci vuole un costante allenamento per accorgersi delle cose».  

«In accademia un professore mi ha detto che “vedevo bene”. Mi disse di scordarmi la macchina fotografica, ma di andare fuori e imparare a guardare»

Barbieri crede che nella capacità di emozionarsi sia racchiuso il senso della vita. Uno degli aspetti che più si evidenziano dagli scatti che realizza è la sua sensibilità. Al centro del suo lavoro, infatti, risiede il concetto di “abbraccio umano”, un rifiuto della distanza di sicurezza tra chi scatta e chi è ritratto. «Normalmente a chi fotografa si dice di prendere distanza dal racconto del soggetto scattato, ma io non lo faccio perché è il mio modo di stare nel mondo al di là della fotografia. Credo che nella distanza non ci possa essere nessun tipo di incontro. Se voglio raccontare una persona da un’immagine, come posso raccontare la sua storia se da quella non mi faccio toccare?».

Spiega ancora Giulia Barbieri che “come prima cosa bisogna chiedersi “scatto o non scatto”, poi perché lo faccio e per ultimo se sia sia il caso di condividere la foto o di tenerla per me”.

Questa filosofia si traduce in quella che la fotografa definisce “cristalleria emotiva”, una metafora nata dall’incontro con il maestro Angelo Cozzi, che le insegnò come il segreto di un reporter risieda nelle scarpe, ovvero nella capacità di muoversi senza rompere l’equilibrio interiore altrui. «Abbiamo il dovere di essere silenziosi e delicati. Ogni volta che ci approcciamo alla storia di altri, lo facciamo senza conoscere cosa ci sia dentro. Quindi dobbiamo avere rispetto della storia e della persona che abbiamo davanti. A me piace definirla “cristalleria emotiva”.

«Tutti quanti abbiamo delle cristallerie emotive, delle mensole sopra le quali abbiamo messo oggetti da tenere in equilibrio. E ci vuole impegno per mantenerlo»

«Tutti quanti abbiamo delle cristallerie emotive, delle mensole sopra le quali abbiamo messo oggetti da tenere in equilibrio. Ci vuole impegno per mantenerlo, ecco perché è mio dovere come reporter avvicinarmi alla persona cercando di essere più delicata possibile. Non possiamo entrare nel mondo emotivo di qualcuno come degli elefanti e buttare giù tutto»

Anche se sottilissima, c’è un’importante differenza tra testimoniare e invadere. «Il confine non è prestabilito perché ogni persona è diversa. Spesso noi reporter ci occupiamo di raccontare il dolore e quando ci si trova a lavorare sulle breaking news accade che venga superato il confine tra documentare un dolore e strumentalizzarlo. Non conta più il taglio da dare allo scatto e occuparsi della vittima. Io, per come sono, quando arrivo sul posto mi occupo sia della vittima, ma anche del contesto intorno. Cerco di capire la scena raccontandola senza strumentalizzarla. Purtroppo oggi è difficile farlo e per questo ho deciso di non lavorare più sulle breaking news».

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La fotografa ha inoltre raccontato la toccante esperienza vissuta durante l’emergenza Covid a Cremona. In un contesto di sofferenza collettiva e personale, la fotografia é stata trasformata ed è diventata un modo per sopravvivere. «Uno dei momenti più difficili che ho dovuto affrontare sul lavoro è stato in terapia intensiva quando nel letto 14 è venuta a mancare una delle mie migliori amiche. Io, però, non potevo tirarmi indietro». In quel periodo il suo obiettivo ha cercato costantemente un punto di fuga. «In tutte quelle foto ho ripreso una finestra da cui entrava una luce fortissima che faceva da contrasto con il buio che c’era all’interno delle stanze. Vi posso quindi garantire che, nonostante il dolore e il buio, se ci impegniamo ad attraversarlo, un giorno, non so quando, riusciremo a colorarlo».

Un altro modo per affrontare quel dolore è stato decidere insieme a Stefania Mattioli, responsabile della comunicazione dell’Ospedale di Cremona, di spostare il focus degli scatti non più sulle vittime di Covid, ma sul personale sanitario. Per ricordare che esiste qualcuno che si impegnava per salvare vite.

Per Barbieri, la professione di fotografa è caratterizzata da scelte drastiche e rifiuti necessari per non snaturare la propria umanità, imparando a selezionare collaborazioni in base alla propria etica. «La scelta delle persone la compio mettendo la parte umana prima di ogni valore. Mia nonna diceva sempre che la vita è un boomerang e tutto quello che toglie ad un certo punto lo restituisce. Io seguo molto questa filosofia e cerco di scegliere con cura e attenzione le persone che mi accompagnano lavorativamente e personalmente».  

L’incontro si è concluso con un invito alla pazienza rivolto ai giovani che vorrebbero approcciarsi al mondo della fotografia. «Non abbiate fretta, ha consigliato la professionista, Siamo portati a bruciare le tappe per raggiungere tutto quanto velocemente. Per mia esperienza, aver imparato a camminare al mio passo mi ha portato oggi ad essere come sono e dove sono. Se avessi detto molti più sì, snaturando la mia persona, probabilmente non sarei qua. Il mio consiglio è quindi quello di seguire il proprio ritmo, rifiutando proposte che non ci corrispondono. É importante posare lo sguardo sulle persone senza giudicare, accorgendosi che ciò che di bello accade è un po’ dappertutto, ma per vederlo bisogna essere allenati»

In un mondo saturo di immagini, la lezione di Barbieri ricorda che «la scelta di fotografare in un certo modo, seguendo la propria morale, forse non ripaga con premi internazionali, ma sicuramente sul piano umano: questo è quello che conta di più».