
Ci sono luoghi in cui l’essere umano non dovrebbe e nemmeno potrebbe stare, non per mancanza di coraggio ma perché il corpo non è progettato per resistere. Il freddo uccide in silenzio, il caldo scioglie il pensiero, l’altitudine toglie aria anche alle idee.
In quei luoghi Paolo Venturini corre.
Non corre per sfidare il mondo né per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma per comprendere fino a che punto l’uomo possa adattarsi quando accetta il limite come parte del percorso e non come un ostacolo da negare. Ultra runner, ispettore di polizia, padovano, 58 anni. Ma prima di tutto un uomo che ha fatto della corsa un modo di pensare. L’ultra running estremo, per lui, non è semplice sport, ma un modo di interrogare il corpo, la mente e la scienza.
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Sono luoghi in cui la natura ha una potenza inimmaginabile: non è questione di record, ma di capire cosa può fare un corpo umano quando la natura decide le regole
Paolo venturini
Lo ha raccontato durante l’evento “CORRI CON NOI”, ospitato sabato 7 febbraio al centro CR2 Sinapsi di Cremona e moderato dal giornalista Mattia Bazzoni: «Stiamo parlando di luoghi in cui la natura ha una potenza che per noi è inimmaginabile: lì non è questione di record, ma di capire cosa può fare davvero un corpo umano quando la natura decide le regole. La gente lì cammina, io ho provato a correre. Ed è una differenza abissale».
Per Venturini lo sport non è mai stato una via di fuga, ma un percorso educativo profondo, perché ogni disciplina si fonda su regole precise e nello sport non è possibile fare ciò che si vuole senza assumersi le conseguenze delle proprie azioni; la corsa, più di ogni altra, è sincera e severa, non concede scorciatoie e obbliga ad ascoltare il corpo in ogni istante. In una società in cui molti riferimenti educativi si sono progressivamente indeboliti, per il Commissario di Polizia lo sport resta uno degli ultimi strumenti realmente formativi, soprattutto per i giovani grazie a quelle regole interiori che si apprendono affrontando la fatica, il dolore e la rinuncia: «Lo sport è uno degli ultimi baluardi rimasti: ha regole, arbitri, giudici, e chi partecipa deve adattarsi. Per i bambini questo è essenziale, in un mondo dove troppo spesso vale il facciamo quello che vogliamo».
E quando qualcuno lo provoca dicendo che parla di regole, ma è stato il primo a infrangerle, la risposta è implicita nel suo percorso: conoscere le regole fino in fondo è l’unico modo per andare oltre senza trasformare il coraggio in incoscienza.
Conoscere le regole fino in fondo è l’unico modo per andare oltre senza trasformare il coraggio in incoscienza.
Non è un caso che Paolo Venturini sia stato ospite di Filippo Ruvioli al Centro CR2 Sinapsi della Fondazione Occhi Azzurri, uno spazio dedicato all’incontro tra sport, educazione, neuroscienze e crescita personale, dove il corpo e la mente vengono letti come parti inseparabili dello stesso processo. CR2 Sinapsi, come suggerisce il nome, è il luogo delle connessioni: tra pensiero e azione, tra esperienza e conoscenza, tra limite fisico e consapevolezza mentale. La presenza di Venturini in questo contesto assume un significato particolare, perché il suo percorso dimostra concretamente come la corsa non sia solo movimento, ma anche strumento di conoscenza, capace di attivare intuizioni, lucidità e responsabilità.


Raccontando la sua esperienza estrema, Venturini ha spiegato come nel freddo assoluto della Siberia, nel luogo abitato più gelido del pianeta, la vita quotidiana procede a passi lenti e misurati, dettati dalla necessità più che dalla scelta. A quelle temperature il corpo umano ha un’autonomia ridotta, ogni movimento costa energia vitale e correre non è nemmeno contemplato come possibilità. Lui, invece, ha deciso di attraversare questo confine invisibile, correndo per 38 chilometri a –57 gradi, sfidando non solo la resistenza muscolare, ma soprattutto i limiti fisiologici più profondi dell’essere umano.
«Respirare aria a meno 52 gradi significa inalare cristalli di ghiaccio che iniziano a congelare i polmoni dall’interno: il congelamento non avviene sulla pelle, ma dall’interno e il vero problema diventa la respirazione. Correre diventa quasi impossibile e anche con vestiti tecnici, un uomo adulto può resistere al massimo un’ora». In un ambiente simile, i pericoli sono continui e silenziosi: i denti possono cadere, gli occhi rischiano di congelare e anche ciò che è stato studiato con attenzione può rivelarsi insufficiente davanti alla forza implacabile della natura.
La corsa, anche quando sembra l’espressione massima dell’individualità, è in realtà un’impresa collettiva. Ogni chilometro percorso in Siberia non è stato solo una prova atletica, ma anche un laboratorio in movimento.
In questo contesto estremo, ogni errore si paga immediatamente e non esistono margini di improvvisazione. Ed è proprio qui che emerge con chiarezza un principio fondamentale: la corsa, anche quando sembra l’espressione massima dell’individualità, è in realtà un’impresa collettiva. «La corsa è lo sport più individuale del mondo», ha detto Venturini durante l’intervista, «ma in condizioni estreme senza uno staff non arrivi da nessuna parte. Puoi avere le idee migliori del mondo, ma senza persone qualificate, motivate e preparate non raggiungi nessun obiettivo». Senza un team qualificato, nessuna delle sue imprese sarebbe stata possibile. Ogni chilometro percorso in Siberia non è stato solo una prova atletica, ma anche un laboratorio in movimento, in cui ogni dato raccolto diventa conoscenza scientifica utile a comprendere meglio i limiti reali del corpo umano.
Prima di affrontare il freddo assoluto, Paolo Venturini aveva scelto di misurarsi con l’estremo opposto, correndo nel deserto del Lut, nel sud dell’Iran, uno dei luoghi più caldi del pianeta, dove la temperatura può raggiungere i 77 gradi e il semplice muoversi diventa un atto innaturale: «Correre a più di 60 gradi significa andare incontro a una crisi certa: sai che succederà, ma non sai quando. Ogni passo diventa calcolato, ogni respiro un rischio, ma è così che conosci i tuoi limiti».
In quel contesto il vero avversario è la gestione dell’acqua e del calore interno, perché il corpo umano può assimilare solo una quantità limitata di liquidi mentre, sotto il sole rovente, ne perde molti di più. Venturini viene pesato e monitorato ogni ora, poiché la disidratazione non compromette soltanto la prestazione, ma altera l’equilibrio fisico, il comportamento e persino la struttura dei tessuti. Quando la temperatura corporea supera i 42 gradi, i collegamenti sinaptici iniziano a cedere e il pensiero si disorganizza, mostrando quanto sia fragile il confine tra adattamento e collasso. «Il corpo umano ha margini incredibili, ma devi conoscerli alla perfezione, perché basta un errore di gestione dei liquidi per compromettere tutto».


Da questa esperienza emerge una scoperta sorprendente: un essere umano può arrivare a un turnover di 22 litri d’acqua in poche ore e allo stesso tempo un’assunzione eccessiva di liquidi può risultare fatale. Un dato cruciale che amplia la comprensione dei limiti fisiologici della nostra specie.

Dopo aver esplorato il confine imposto dal caldo e dal freddo estremo, Venturini porta la sua ricerca in un’altra dimensione ancora, quella dell’aria che manca. In alta quota, nel Ladakh, a oltre 3.500 metri, il problema principale diventa la rarefazione dell’ossigeno, che riduce drasticamente le capacità fisiche e cognitive. In una regione isolata, politicamente contesa e priva di soccorsi rapidi, ogni scelta deve essere pianificata con precisione assoluta. Durante la corsa, la saturazione di ossigeno di Venturini scende fino al 64%, un valore mai osservato prima in una persona ancora in vita, mentre la vista si abbassa e il corpo è costretto ad attivare lenti meccanismi di adattamento. Qui, più che altrove, oltre alla forza fisica si misura la capacità mentale di adattarsi all’incertezza, di ascoltare il corpo e di restare lucidi, elementi essenziali in ogni impresa che osa spingersi oltre il limite umano.
Accanto ai confini estremi del mondo, Paolo Venturini ha scelto di abitare anche un altro limite, meno spettacolare ma forse ancora più difficile: quello della costanza e della condivisione. Da diciannove anni il progetto “Corri per Padova” torna puntuale, dal primo giovedì di novembre al primo giovedì di giugno, trasformando la città in un luogo che non si attraversa soltanto, ma si vive. Ogni settimana cambia il quartiere, cambiano le strade, cambiano i volti: si corre tutti insieme, al passo di chi va più piano. Un allenamento collettivo dove non c’è gara, non c’è prestazione, non c’è traguardo se non quello di restare uniti. Oltre 1.200 persone, ogni volta, che scelgono di mettersi in movimento nello stesso istante, in un gesto ripetuto nel tempo profondamente politico e umano insieme.

Quando gli chiedono perché corre, Venturini non parla di record né di imprese. Parla di lucidità. Di quel momento in cui il corpo, muovendosi, rimette ordine nei pensieri. All’inizio inseguiva il tempo, oggi cerca lo spazio: la natura, il silenzio, ciò che normalmente sfugge allo sguardo. Sa che ogni impresa comporta un rischio e non lo nasconde: se nessuno l’ha mai fatta prima, non è per caso. Ma è proprio accettando questo dato, senza negarlo, che il coraggio smette di essere incoscienza e diventa consapevolezza. «Non è il rischio che cerco, ma la comprensione dei confini, miei e dell’ambiente in cui mi muovo».

Guardando avanti, l’ultra runner ammette che senza obiettivi la vita perde spessore. I suoi progetti futuri parlano ancora di confini: la microgravità, forse la sfida più radicale per il corpo umano; l’attraversamento di corsa del lago Baikal, il più profondo del mondo, idea oggi sospesa a causa del conflitto; la linea del cambio di data, tra Russia e Stati Uniti, come gesto simbolico di pace in un territorio fragile. Con ogni passo, Paolo Venturini supera confini che sembrano invalicabili, trasformando il limite in una nuova frontiera da esplorare. Le sue imprese sono un inno alla forza dell’adattamento, alla capacità di ascoltare il corpo e la mente e alla volontà di affrontare l’impossibile con umiltà e determinazione. Perché dove l’uomo non può vivere, Paolo Venturini corre.