
“Ci sono uomini che diventano campioni. E ci sono campioni, che restano uomini”: Giuseppe Soldi era così e il figlio Luca, con questo incipit, ha voluto aprire “Il Leone della Zoppas”, il libro che ha scritto e che ne ricorda la figura di persona e di sportivo.
Divenuto campione del mondo di ciclismo nel 1965, la storia di suo padre si è ritrovata involontariamente sepolta sotto la polvere, che ne ha annebbiato le memorie. «Io e mio papà abbiamo avuto sempre un gran rapporto – racconta Luca -. Poche parole, ma ci capivamo subito. Giuseppe Soldi non è stato solamente Giuseppe il ciclista, il campione del mondo partito da zero, ma anche Giuseppe il padre, sempre disponibile verso di me». Mosso da questo legame, è stato lo stesso Luca che ha deciso di soffiare via ragnatele e polvera dalla copertina della vita di suo padre, sottraendola al logorio del tempo e permettendo a tutti di poterla non solo leggere, ma anche ricordare.


Giuseppe nasce in una famiglia di lavoratori d’altri tempi, nel 1940, ed è in quell’ambiente rustico che si tempra la sua passione per la bicicletta. Inizia a pedalare nel neonato Gruppo Sportivo del Migliaro, dove ben presto si fa notare per le sue qualità: «Naturalmente stiamo parlando di tempi totalmente diversi: non c’erano tecnologie o social quando ha iniziato». Sedici vittorie da allievo lo lanciano e accendono i riflettori su di lui, ma sarà nel 1958 che arriverà il primo grande trofeo per Giuseppe, la Coppa Dondeo. Insieme alla famiglia, nelle sue corse a spingerlo era presente tutto il paese, come ci racconta Luca: «Quando correva al Migliaro c’era tutto un paese che lo sospingeva perché all’epoca, se una persona fosse emersa, tutto il Paese gli sarebbe andato dietro. Inoltre mio padre era sempre con il sorriso, e quindi si faceva voler bene da tutti».
GIUSEPPE SOLDI SUI SITI SPORTIVI DI TUTTO IL MONDO
MARCA: El campeón del mundo que el ciclismo olvidó
EL ESPANOL: Giuseppe Soldi, el inédito maillot arcoiris de Lasarte
EL PEPAZO: “El León de la Zoppas” que se hizo grande por su humildad y sencillez
La convocazione per la Nazionale arriva nel 1965, dopo un periodo di difficoltà dovuto a un infortunio rimediato quattro anni prima. Giuseppe viene convocato per correre la 100 km a cronometro ai Campionati del Mondo di San Sebastián, sul circuito di Lasarte. Questa tipologia di corsa oggi è finita in sordina, ma allora rappresentava la disciplina dilettantistica più prestigiosa per il ciclismo di squadra. Due giri da 50 km, russi e spagnoli da battere, una pioggia torrenziale su tutto il tracciato: dopo una gara e un destino che sembravano remare contro il gruppo italiano – composto da Soldi, Denti, Dalla Bona e Guerra – i quattro atleti riuscirono a superare sia gli avversari che la tempesta che si abbatté sulla zona e che portò via anche la tribuna: una vittoria che venne ripresa da tutti i principali quotidiani dell’epoca.

In seguito al Mondiale, per Giuseppe Soldi si aprirono le porte del professionismo: firmò per la Bianchi, indossando la ambita maglia biancoceleste, simile a quella cucitagli al Migliaro. Tuttavia, la scelta si rivelò un errore nella sua carriera: «Pierino Baffi, un amico di mio padre, lo convinse a correre per la Bianchi, perché lo rassicurò sul fatto che sarebbero stati insieme, e lui gli avrebbe fatto da “chioccia”. Quando però arrivò alla Bianchi, Baffi si ritirò, e quindi mio papà si ritrovò da solo all’interno di quel mondo». Giuseppe si rese presto conto che quel posto non era per lui: «Il professionismo è un mondo di squali – spiega Luca –, e se non hai carattere vieni inghiottito. L’episodio decisivo fu la Milano-Sanremo: mio padre tentò di andare in fuga ai piedi del Turchino, ma dopo esser stato ripreso dai ciclisti più forti della storia, si prese una brutta strigliata dal direttore sportivo e decise così di smettere». Una scelta, questa, che, come racconta anche Luca, «avrebbe rimpianto negli anni successivi».
Dopo il professionismo, Giuseppe non smise mai di andare in bicicletta, arrivando a vincere oltre centocinquanta gare tra gli amatori. Da allora, le sue gesta vennero però chiuse nel cassetto dei ricordi, che non fu più riaperto. Giuseppe, infatti, mostrava una certa riluttanza nel parlare della sua vita ciclistica, un po’ a causa della sua umiltà, e forse anche per un filo di rimpianto. «La sua personalità e la sua umiltà l’hanno portato a non essere un protagonista del mondo ciclistico nel post-ritiro. Un libro su di lui è una cosa che da vivo non avrebbe mai voluto – sottolinea Luca – e come nel 99% dei casi questo genere di libri vengono fatti quando la persona non c’è più. Però sono convinto che in realtà ne sarebbe stato contento e sotto sotto sì, credo che fosse ciò che anche lui desiderava».

Soldi è mancato nel luglio dello scorso anno e i suoi funerali sono stati un bagno di folla, nel quale si sono ritrovati colleghi, amici, compagni delle due ruote e tutti coloro che hanno avuto la fortuna di apprezzarne il sorriso e l’umanità. Un momento che Luca non potrà mai dimenticare è quello descritto anche nelle ultime righe del libro: «Un signore sui settantacinque anni si è avvicinato alla bara, l’ha baciata e ha detto solamente “Ciao Giusep” prima di andar via. È stata un’emozione forte. Si è trattato della degna conclusione della sua vita nel ciclismo, un finale veramente bello». Oggi, la storica maglia iridata di Giuseppe Soldi indossata a Lasarte è conservata al Museo del Ciclismo Madonna di Ghisallo, a Magreglio. La maglia è stata donata da Luca e da suo figlio Nicolò, in modo da poter ricevere ancora un ultimo »Ciao Giusep” da chiunque la veda, evitando di far calare nuovamente la polvere sulla sua grande storia.



