
Lungo un muro dell’ospedale di Cremona c’è una piccola nicchia bianca. La si può oltrepassare senza accorgersene, confondendola con una qualsiasi apertura dell’edificio. Non è particolarmente illuminata o colorata, non ci sono indicazioni luminose o insegne sgargianti. Soltanto una scritta la distingue dal resto dell’edificio: Culla per la Vita.
Un luogo pensato per accogliere i neonati che, per le ragioni più diverse, non possono essere tenuti dalla madre. Una rete di protezione, talvolta di salvataggio, che esiste affinché nessun bambino venga lasciato solo, in strada o in un cassonetto, esposto al freddo o al pericolo. In italia ce ne sono circa 60 e Cremona ospita dal 2013 una delle 11 presenti in Lombardia.


A raccontare il significato di questo delicato strumento sanitario sono il direttore della Neonatologia dell’ASST di Cremona, il dottor Claudio Migliori, e la coordinatrice infermieristica Morena Nazzari, che ogni giorno lavorano a stretto contatto con le fragilità che accompagnano la nascita.
«Prima non era prevista questa scelta», spiega il dottor Migliori, «nel 2000 è stata introdotta la possibilità per una donna di partorire in ospedale e non riconoscere il bambino, senza conseguenze legali e mantenendo l’anonimato».
Una possibilità che esiste da oltre vent’anni ma che, secondo il primario, è ancora poco conosciuta. Proprio da questa scarsa consapevolezza sono nate le Culle per la Vita, evoluzione moderna delle antiche “ruote degli esposti” che per secoli hanno permesso di affidare anonimamente i neonati alle istituzioni religiose.
«La legge già offre una tutela importante», continua Migliori, «una donna può partorire in un ambiente sicuro come il reparto e decidere di non portare a casa il bambino. Ma non tutti conoscono questa opportunità. Per questo alcuni ospedali hanno scelto di dotarsi delle culle».

La struttura cremonese è progettata per garantire sicurezza e anonimato. Uno spazio protetto e riscaldato accoglie il neonato, mentre una piccola telecamera lo controlla senza consentire la visione dell’esterno della culla. L’apertura della culla è collegata e monitorata in tre punti diversi dell’Ospedale, 24 ore su 24, attraverso un sistema di telecamere e monitor: in reparto, al centralino e nel posto di guardia della sorveglianza giurata. Una volta deposto il bambino, il sistema attiva automaticamente gli allarmi e il personale sanitario interviene immediatamente.
Dietro questa scelta c’è una filosofia precisa: proteggere sia il neonato sia la madre. «Non mi piace parlare di bambini abbandonati, preferisco definirli bambini non riconosciuti» sottolinea il direttore della Neonatologia. Parole che raccontano una visione diversa, meno giudicante e più attenta alla complessità delle situazioni che possono condurre una donna a una decisione tanto dolorosa.
Le motivazioni cambiano nel tempo. In passato il fenomeno era spesso legato ai flussi migratori e alla difficoltà di costruire rapidamente una nuova vita in un Paese sconosciuto. Oggi emergono più frequentemente fragilità familiari, gravidanze adolescenziali, situazioni di disagio sociale o relazionale.

Eppure la Culla per la Vita rappresenta soltanto l’ultima possibilità.
Prima esiste una rete di sostegno composta da ostetriche territoriali, psicologi, assistenti sociali, consultori e associazioni come il Centro Aiuto alla Vita, che ha finanziato la realizzazione della Culla cremonese. Figure che accompagnano le donne durante la gravidanza e cercano di intercettare situazioni di vulnerabilità prima che diventino emergenze.
Lo spiega la dottoressa Nazzari: «La società mette a disposizione molti strumenti, l’obiettivo è fare in modo che nessuna donna si senta sola».
Anche quando una madre sceglie di non riconoscere il figlio dopo il parto, il sistema continua a garantire la massima tutela. L’identità della donna è protetta e soltanto il personale strettamente coinvolto ha accesso alle informazioni sensibili. Esiste inoltre un periodo durante il quale la madre può ripensare alla propria decisione e eventualmente tornare sui propri passi.
Parlando della struttura cremonese emerge però anche una riflessione inattesa. La Culla per la Vita esiste, viene controllata regolarmente e mantenuta efficiente, ma pochi ne conoscono davvero la presenza. Tanto che, ammette la caposala Nazzari, molti dipendenti dell’ospedale stesso non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Da quando è stata resa operativa, poi, non è mai stata utilizzata.

È il paradosso di un servizio che deve essere visibile per chi ne ha bisogno, ma discreto per garantire la riservatezza di chi potrebbe utilizzarlo.
Forse è proprio questa la natura della Culla per la Vita: essere presente senza farsi notare.
Proprio per questo sia la dottoressa Nazzari che il dottor Migliori assicurano l’impegno a far conoscere maggiormente l’esistenza della struttura: «Forse la comunicazione di questo genere di cose è ancora coperta da una sorta di disagio sbagliato. È un’opzione che è necessario che le persone sappiano che esiste».
L’intento è fare in modo che chi dovesse trovarsi in una situazione di estrema difficoltà sappia di non essere privo di alternative, ma dietro quella piccola porta anonima non c’è soltanto una culla, ma la possibilità di offrire a una nuova vita un futuro diverso.
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Mercoledì: 9.00 – 12.00 / 14.30 – 17.00
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