Marty Supreme_locandina - Copia
di EUGENIO MONGUIDI - Imbruttito ai limiti dell'irriconoscibile, sia nell'aspetto che nella personalità del personaggio che interpreta: con Marty Supreme - Sogna in grande, Timothée Chalamet intepreta un ambizioso e cinico giocatore di ping pong che punta a ogni costo ad arrivare sul tetto del mondo...come l'attore newyorkese, per cui qualcuno parla di Oscar...

Marty Mauser, un giocatore di ping pong tanto talentuoso quanto indisciplinato, tenta il tutto per tutto pur di partecipare ai campionati mondiali e diventare campione. “Sogna in grande” è il sottotitolo del film: il protagonista infatti sogna in grande, ma con Marty Supreme lo hanno fatto anche il regista Josh Safdie, Timothée Chalamet e la casa di produzione A24. 

Il loro ultimo film è un’opera unica e fresca, sotto ogni punto di vista, e non è un caso che sia stata interpretata da Chalamet, l’attore più rappresentativo della generazione Z, e prodotta dalla A24, creatrice di film di nicchia, ma allo stesso tempo per la massa. Considerando la sua nascita alquanto recente (2012) il risultato dello studio per ora è sorprendente: non sono pochi infatti  i film entrati nell’immaginario collettivo (Moonlight, Lady Bird, Hereditary, Everything Everywhere All at Once e così via). Marty Supreme è solo uno dei tanti e notevoli risultati raggiunti da questo studio, un capolavoro che esorta a sognare in grande senza perdere la dignità, una decostruzione molto sincera dell’illusorio “american dream”.



In primis la campagna marketing, molto martellante e da tanti ritenuta eccessiva, non si è limitata a qualche evento promozionale. Da una finta riunione in videochiamata dove l’attore proponeva idee assurde per promuovere il film (tra cui dipingere monumenti famosi di arancione) fino all’uso di un dirigibile, sempre arancione, che in effetti è apparso volando sopra la scritta di Hollywood o al lancio di una tuta Marty Supreme, indossata da celebri personaggi dello sport e della musica, così come dall’attore, accompagnato da “bodyguard” col volto coperto da grandi palle da ping pong arancioni e rigorosamente griffate con il titolo del film: tutta la campagna è segnata dall’eccesso.

Il senso di questa megalomania nella promozione si può comprendere solo vedendo il film. “Megalomania” è un termine che fino a qualche mese fa non si sarebbe mai associato al 30enne newyorkese, famoso per esser sempre stato molto umile e gentile con i fan nonostante la fama, né ai suoi personaggi, eroi malinconici caratterizzati da conflitti interiori e promotori di sensibilità e valori positivi. 

Qui tutto cambia: il protagonista è un anti-eroe, un truffatore, un uomo marcio che imbroglia sia i nemici che gli amici, una persona convinta di arrivare sul tetto del mondo e che è disposta a tutto, persino alle azioni più illecite, pur di raggiungere il suo obiettivo. Non sono poche le somiglianze con l’iconico Tony Montana di Al Pacino, protagonista di Scarface. Con questo personaggio inoltre l’attore dice addio (almeno momentaneamente) al look emblematico che lo ha contraddistinto in questi 10 anni: gli iconici capelli ricci arruffati e il viso delicato sono stati sostituiti da normali capelli lisci, occhiali, baffetti, un inaspettato monociglio e un viso segnato da acne e cicatrici. Questo “imbruttimento” segna una svolta nella carriera di Chalamet e diventa sinonimo di crescita rispetto al passato. 



La pellicola non è il tipico biopic di uno sportivo che ne racconta l’ascesa, la caduta, gli amori, il tutto contornato da personaggi spesso dimenticabili, ma una storia  in caduta fin dall’inizio. Il protagonista non può stare tranquillo, ma solo rimanere a galla. Ogni azione ne provoca un’altra e i nodi verranno sempre al pettine. È sorprendente come il regista e lo sceneggiatore, Ronald Bronstein, siano riusciti a concatenare tutti questi elementi alla perfezione, dando vita ad una serie di sotto-trame mozzafiato in grado di coinvolgere lo spettatore, il quale tiferà sempre e solo per Marty, fino alla fine. 

Nonostante il film sia incentrato e prenda il titolo unicamente dal giocatore di ping pong, in questa storia giocano un ruolo chiave tutti i personaggi secondari, con i quali è possibile empatizzare all’istante: Rachel (Odessa A’zion), amica d’infanzia e amante di Marty, sempre sua complice nonostante egli non voglia ammettere che il bambino che lei porta in grembo sia suo; Kay (Gwyneth Paltrow), un’ ex-attrice della quale Marty si infatua a prima vista e che sarà conquistata dal suo charm, tanto da tradire il marito e aiutare il giovane nonostante un torto subito; Wally (Tyler, the Creator) tassista, amico di Marty e compagno di truffe.

Tutti questi personaggi mettono in pericolo le proprie vite per aiutare il giocatore di ping pong, che ne approfitta sempre. È qui che risiede la grandezza del personaggio: il suo magnetismo vince sulla slealtà, ne sono tutti dipendenti. O meglio quasi tutti. Risultano, infatti, ancora più interessanti gli antagonisti, coloro che riusciranno a resistere al fascino di Marty, smascherare la sua vera realtà e punirlo. 

Tutto il progetto di Marty Supreme è caratterizzato dall’adrenalina e la regia non poteva essere da meno. Josh Safdie riesce a immergere lo spettatore grazie ad una camera che stringe molto sui personaggi, specialmente nei dialoghi, ma anche capace di seguire chiaramente e continuamente la pallina da ping pong, la quale sembra viaggiare alla velocità della luce in certi momenti. A restituire questo senso di adrenalina contribuisce soprattutto il montaggio, in grado di rendere anche le situazioni più calme sempre movimentate, e nel caso di quelle già movimentate, frenetiche, angoscianti. Regia e montaggio creano un legame indissolubile con la colonna sonora di Daniel Lopatin, l’aspetto forse più sorprendente di tutta la pellicola. 



Il coronamento di questo straordinario lavoro tecnico è l’interpretazione di Timothée Chalamet, che si muove e gioca come un vero giocatore professionista, talmente bene da non percepire alcuna differenza con gli altri interpreti dei giocatori (tutti atleti professionisti). Sette anni di preparazione per sedici minuti effettivi di gioco. L’attore ottiene questo realismo anche nel resto delle scene non di gioco, dove traspare chiaramente la sintonia tra il personaggio interpretato e il suo interprete, che ha già messo in bacheca il Critics Choice Award e il Golden Globe come miglior attore in un film commedia o musicale e che, come Mary, mira al premio più grande, la statuetta d’oro più ambita da ogni attore.