L’immagine di copertina è tratta dal sito del “Centro di documentazione sul lavoro coatto durante il nazionalsocialismo di Berlino-Schöneweide”

Oggi, per la prima volta nella storia repubblicana, si celebra una ricorrenza che rimanda ad una pagina del passato del nostro Paese che coinvolge centinaia di migliaia di nostri connazionali, ma che in pochi, pochissimi conoscono. Anche io tra questi. Eppure mio nonno era uno di loro, ma l’ho scoperto soltanto documentandomi in preparazione alla scrittura di questo articolo, a riprova di quanta poca coscienza ci sia sul tema degli Imi.
Ma chi sono gli Imi? La sigla sta per Internati militari italiani, espressione coniata da Adolf Hitler per indicare i circa 650.000 soldati che, in seguito all’armistizio proclamato da Badoglio l’8 settembre 1943, rifiutarono di unirsi ai tedeschi e alla neonata Repubblica di Salò, e vennero costretti al lavoro coatto. La scelta di utilizzare un nuovo termine fu pensata ad hoc per aggirare la Convenzione di Ginevra; infatti, nel caso in cui gli Imi fossero stati riconosciuti come “prigionieri di guerra”, il diritto internazionale li avrebbe tutelati, impedendo loro di svolgere i lavori forzati e permettendo l’assistenza della Croce Rossa Internazionale. In questi campi, invece, persero la vita circa 50.000 soldati italiani.


La vicenda degli Imi è poco nota per vari motivi: a differenza della Germania, Paese che ha affrontato la responsabilità storica di aver avuto un ruolo da protagonista nel più grande genocidio mai avvenuto, in Italia dopo la guerra si è voltata rapidamente pagina, motivo per cui è venuto a formarsi un vuoto di memoria sulla questione. Da parte loro, gli ex internati per vari decenni sono rimasti in silenzio, eccezion fatta per i diari e le lettere scritti durante la prigionia. Queste fonti dirette sono state utilizzate da Mario Avagliano e Marco Palmieri nel loro volume intitolato “I militari italiani nei lager nazisti – Una resistenza senza armi (1943-1945)”.
Avagliano e Palmieri si soffermano con particolare perizia sulle motivazioni che, in seguito all’armistizio, spinsero i soldati italiani a farsi internare piuttosto di unirsi ai nazionalsocialisti, ben riassunte dall’incisiva testimonianza di Giorgio Chiesura, ufficiale consegnatosi ai tedeschi dopo l’arrivo a Venezia da clandestino:

«Se ora vogliono farsi questa guerra, se la facciano loro, i generali, i colonnelli, tutti quelli che quel giorno non hanno saputo comandarci. Quanto a me non riusciranno più a costringermi»
GIORGIO CHIESURA
«Non c’è speranza di armistizi e anche dopo si dovrà vedere. Tutto dunque ricomincia come prima. Rifaranno l’esercito italiano per metterlo al servizio dei tedeschi[…]ricominceranno coi proclami, i discorsi, le bugie, le ritirate. Ma io non voglio ricominciare a fare quello che la cosiddetta Patria ci ordina (questa patria che, l’ho visto coi miei occhi, è l’opposto di tutti gli italiani); né dovere, per evitare questo, vivere in mezzo a fughe, a sotterfugi, ripieghi, compromessi, aggiustamenti. Tutta la mia vita fino adesso non è stata che un continuo compromesso, specialmente dacché sono un ufficiale: un servire senza averne i presupposti, un agire inventando altri pretesti, un subire ricercando altre ragioni. Ora basta[…] Eravamo ancora disposti a combattere, ma era l’otto settembre, contro i tedeschi. Se ora vogliono farsi questa guerra, se la facciano loro, i generali, i colonnelli, tutti quelli che quel giorno non hanno saputo comandarci. Quanto a me non riusciranno più a costringermi[…]perché l’idea di fare ancora un gesto con soltanto un poco di mia volontà dentro questo ignobile casino mi procura la nausea, il vomito fisico».

Ovviamente, non tutti parteciparono alla resistenza senz’armi con lo stesso spirito dell’autore di questa lettera: del milione di soldati disarmati dai tedeschi dopo l’armistizio, 94.000 aderirono subito alla causa nazista (tra cui la quasi totalità delle camicie nere della Mvsn, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale). Una voce rilevante tra gli Imi è stata quella di Michele Montagano, deceduto lo scorso anno. In un’intervista rilasciata al canale YouTube dell’ANRP (Associazione Nazionale Reduci della Prigionia, di cui era presidente onorario), l’ex ufficiale racconta la sua detenzione nei campi di concentramento.
«Non è stato un incubo, l’ho fatto come Resistenza. Mi ha mantenuto in vita l’idea di dover combattere fino alla fine: io muoio, ma per i tedeschi non faccio niente, perché sono nemici. La sofferenza maggiore era la fame, passavamo giorni interi senza mangiare, anche solo un pezzo di pane ti calmava. I tedeschi ci comandavano a forza di bastonate, tutti i mezzi erano buoni per abbatterci, ogni notte moriva qualcuno. Il coraggio? Si trova subito, se sei coraggioso una volta sola sarai coraggioso per sempre, ti veniva spontaneo».
«La sofferenza maggiore era la fame, passavamo giorni interi senza mangiare, anche solo un pezzo di pane ti calmava […] Il coraggio? Si trova subito, se sei coraggioso una volta sola sarai coraggioso per sempre»
miCHELE MONTAGANO
Montagano racconta poi il passaggio di status, nel luglio ’44, da “Imi” a “lavoratori civili”, che presupponeva anche per gli ufficiali come lui il passaggio al lavoro pesante, da cui fino a quel momento erano stati esentati. «Ci portarono nel campo in cui avremmo dovuto lavorare, e noi per i primi cinque giorni siamo stati a braccia conserte, un sabotaggio vero e proprio. Il comandante minacciava che se non avessimo lavorato sarebbe arrivata la Gestapo e per noi sarebbe stata la fine. La Gestapo poi è venuta e ha portato via 21 di noi, annunciando che non li avremmo visti più. Allora io e altri 43 ci siamo presentati spontaneamente chiedendo di essere sostituiti ai 21. Ci hanno messi al muro e siamo stati cinque-sei ore in attesa di essere fucilati. Io non avevo niente da perdere: alla mia famiglia avevo già detto addio e non ero fidanzato. I ricordi del Risorgimento, poi, erano ancora vivi: se devo morire, ho pensato, mi scrivo addosso “Viva l’Italia” e morirò da eroe. Poco dopo arrivò un tedesco e ci disse che la pena era stata commutata nel carcere a vita».

Dopo la sofferenza, il ritorno a casa. E il tempo di processare quello che era accaduto. «Il momento più bello della mia vita è stato quando dall’alto ho visto l’azzurro del lago di Garda, dopo mesi di grigiore, neve, tormento. Negli anni successivi, in un primo momento, siamo stati completamente dimenticati da politica e governo. Ma, devo dire, anche noi abbiamo concorso a essere dimenticati, perché non abbiamo parlato. Non per vergogna, ma perché era inconcepibile quello che avevamo passato, nessuno ci avrebbe creduto. Poi c’era anche un senso di intimità: io non ho fatto la prigionia, ho fatto la Resistenza e continuo a essere resistente». Ma perché è importante ricordare gli Imi? Utilizzando le parole di Liliana Segre apparse in un articolo sul Corriere della Sera lo scorso 5 settembre, “troppo a lungo sono rimasti nell’oblio questi nostri connazionali che, nonostante i pericoli e le privazioni e nonostante fossero cresciuti sotto il regime di Mussolini che li aveva indottrinati, ebbero la forza morale di opporsi, al rischio della loro stessa vita”.

Come ricorda la senatrice a vita, la mancata riconoscenza è dovuta anche al fatto che gli Imi furono considerati traditori dall’estrema destra e troppo poco partigiani dalla sinistra. Dal 2000, la Giornata della Memoria è dedicata anche a loro, agli Internati Militari Italiani, ma la Shoah finisce spesso per oscurare la deportazione militare. La politica allora è intervenuta e, in seguito all’approvazione unanime dell’Assemblea del Senato avvenuta lo scorso 8 gennaio, per la prima volta il 20 settembre si terrà la Giornata dedicata al ricordo degli IMI, un riconoscimento forse tardivo, ma doveroso, per i soldati italiani che si sono schierati dalla parte giusta della storia.