Venere Nemica_3
di RICCARDO GREGORIO - Leggerezza e amarezza, ironia e sarcasmo, mito e realtà: ha convinto, seppur con qualche piccolo appunto, la Venere Nemica portata sul palco del Ponchielli dal regista Marinelli e da Drusilla Foer, rivisitazione di Amore e Psiche di Apuleio. (crediti fotografici: Paolo Cisi)

Al Teatro Ponchielli, il 9 gennaio, Venere Nemica di Drusilla Foer ha portato sul palco un “two women show” che racconta di una dea imperfetta, finalmente capace di liberarsi del peso delle aspettative, unendosi al mondo dei (come li definisce lei stessa) “mortali”. Ispirata alla favola di Amore e Psiche di Apuleio e firmata da Giancarlo Marinelli e dalla stessa Drusilla Foer, la pièce rielabora il mito in modo ironico e pungente. Perfettamente bilanciata tra i momenti leggeri e allegri e quelli più amari, la performance esplora in profondità il dolore della dea dell’amore in quanto Dea frustrata e Madre tradita, sia dal figlio che da Psiche, la “straordinaria mortale, creduta Venere in terra”. 



Nella favola originale Venere è invidiosa di Psiche, una mortale di straordinaria bellezza, adorata dagli uomini quasi come una dea, distogliendo l’attenzione dal culto di Venere stessa. Questo fa sì che la dea veda in Psiche una rivale, e diventi ossessionata dalla vendetta. Ordina a suo figlio Amore di far innamorare Psiche di un uomo miserabile, ma Amore si innamora di lei e la sposa, imponendole, tuttavia, di non vedere il suo volto. Quando Psiche infrange questa condizione, Amore la abbandona, e Psiche, nel suo vagare, si sottomette a Venere, che la sottopone a quattro prove difficili, che la mortale riesce a superare. Alla fine, Amore convince Giove a rendere Psiche immortale, e Venere accetta la loro unione, cessando l’ostilità.

(crediti fotografici: Paolo Cisi)

La gestualità della Foer è ammaliante, sempre misurata. Comanda la scena con il suo savoir-faire, atteggiandosi da vera diva, ma senza mai nascondere le molteplici sfaccettature del personaggio. Le parole, allo stesso modo, sono magistralmente scelte dall’attrice, che spazia tra diversi registri linguistici, utilizzando termini che vanno dai più aulici alle imprecazioni, ma sempre mantenendo eleganza e credibilità.

Elena Talenti, nei panni dell’assistente personale, fa da spalla a Foer, arricchendo le parti musicali con una performance virtuosistica. Il loro rapporto, inizialmente superficiale e basato sul sopportarsi, si rivela sorprendentemente centrale nella drammaturgia, culminando in un finale che cattura il pubblico. L’intervento musicale, in particolari momenti, vede la Talenti dare piena prova delle sue abilità canore, armonizzandosi perfettamente con la Foer, in momenti sapientemente dosati lungo tutta la durata della performance. 



Tuttavia, gli effetti sonori, come quello dello straccio che viene strizzato dalla dea mentre pulisce e accudisce il figlio ferito, o quello delle ali che sbattono quando il figlio arriva o lascia il palco, risultano meno convincenti, dando quasi più l’idea di tentativi non del tutto riusciti. Il peso di questi piccoli dettagli non compromette però in modo significativo la buona riuscita dello spettacolo e il giudizio finale è molto positivo: il pubblico è entusiasta, non mancano complimenti ad alta voce e fischi di apprezzamento, segno di un grande gradimento.