Questo articolo fa parte di ONestamente, una serie di approfondimenti de L’Ora Buca sui temi dell’attualità giovanile: spunti, provocazioni, sollecitazioni proposti ai ragazzi per capire come la pensano. L’attività rientra nel progetto “Giovani ON: un’esperienza per crescere”, finanziato da Regione Lombardia nell’ambito del bando “La Lombardia è dei Giovani 2024” in collaborazione con ANCI Lombardia – Capofila Comune di Cremona.

Sempre più ragazzi raccontano di percepire lo smartphone come un compagno ingombrante, capace di sottrarre tempo ed esperienze autentiche. Non è raro che, dopo essersi resi conto di aver perso momenti importanti a causa dello schermo, nasca in loro il desiderio di metterlo da parte: “Molte volte mi è capitato di avere la sensazione di voler stare senza telefono per riuscire a godermi di più quello che stavo facendo e vivendo”, racconta Alice, “Essere troppo dipendenti dal telefono ti fa perdere molte occasioni e infatti in molti casi ho consigliato a qualche persona di lasciarlo da parte per riuscire a interagire meglio e a goderci di più quello che stavamo facendo”. Sulla stessa linea anche Agata: “Mi capita anche tutti i giorni di incitare i miei fratelli a trovare altre occupazioni rispetto agli schermi, perché ritengo che i ricordi veri e ciò che ci fa fare esperienze non derivi mai interamente da uno schermo”.


Se da una parte sembra semplice manifestare la volontà di abbandonare temporaneamente il cellulare, a volte la sua presenza sembra causare quasi una dipendenza “Togliendo il telefono mi sentirei come se ogni forma d’intrattenimento sparisse, anche se c’è comunque qualcos’altro da fare: non riesco a staccarmene perché ogni cosa che ho di bello da poter fare è sul telefono”, ammette infatti Katia, che aggiunge: “L’unica volta in cui consiglio a qualcuno di non usare il cellulare quando magari siamo insieme”.

Uno dei rischi principali e più comuni derivanti dall’eccessivo e incontrollato uso degli schermi è proprio la dipendenza: secondo uno studio riportato dal quotidiano britannico The Guardian, che ha testato 4.000 adolescenti per un arco di tempo superiore ai quattro anni, un terzo dei giovani manifesta comportamenti compulsivi (difficoltà a staccarsi dallo smartphone, ansia da separazione, interferenze con le attività quotidiane) che testimoniano dunque una dipendenza da schermi.
“Una pausa dagli schermi può portare benefici straordinari”, propone il prof. Giuseppe Riva, docente di Psicologia della Comunicazione presso l’Università Cattolica, “ma deve essere strutturata correttamente. Non basta semplicemente “staccare”, serve riempire quel tempo con esperienze che permettano ai giovani di riscoprire il piacere delle relazioni autentiche. I benefici principali di una “digital detox” includono in primo luogo il recupero dell’attenzione profonda. La frammentazione continua dell’attenzione causata da notifiche e stimoli digitali viene gradualmente riparata, permettendo una maggiore concentrazione. L’altro effetto immediatamente visibile riguarda la riduzione dell’ansia sociale. La chiave è sostituire il tempo digitale con attività che favoriscano l’incontro: sport di squadra, laboratori creativi, volontariato, cene in famiglia senza dispositivi.”

«Una pausa dagli schermi può portare benefici straordinari, ma deve essere strutturata correttamente. Non basta semplicemente “staccare”, serve riempire quel tempo con esperienze che permettano ai giovani di riscoprire il piacere delle relazioni autentiche»
Alcuni tra gli intervistati hanno sperimentato una pausa dagli schermi, come Alessandro e Arianna: “Quando ho poco da fare tendo a perdermi sul cellulare a guardare anche cose che non mi interessano, colpito da una terribile malattia chiamata noia! In quei casi uscire a fare anche una semplice passeggiata è sempre stata la cura per me”. “Quando ho questa sensazione”, aggiunge la ragazza, “esco con i miei amici e con la mia famiglia; di solito, quando vedo che qualcuno ha bisogno di staccare dal telefono propongo un’uscita insieme”.

È ovvio quindi pensare che il cellulare causi spesso effetti negativi tra i ragazzi, a cui il docente della Cattolica offre delle strategie concrete per rimediare. “La prima è partire dal gioco e dalla creatività. Il gioco collaborativo è il modo più naturale per i giovani di sperimentare la cooperazione e sviluppare legami. Collegata a questa è la creazione di spazi sicuri per l’incontro. I giovani hanno bisogno di contesti strutturati dove possano sperimentare l’interazione senza la pressione della performance sociale. Laboratori creativi, progetti di gruppo, attività di volontariato offrono obiettivi comuni che facilitano la connessione. Una ulteriore strategia è l’educazione alle competenze emotive. Molti giovani non sanno più riconoscere e gestire le emozioni – né proprie né altrui. Servono percorsi di educazione emotiva che insegnino l’empatia, l’ascolto attivo, la gestione dei conflitti”.
Tra i ragazzi, c’è chi ritiene di dominare lo schermo, di riuscire a vivere un rapporto sano e responsabile con esso, e chi invece fatica un po’ di più e tenta di allontanarsene, non per ribellione, ma per esigenza.
Alla fine, tra notifiche che suonano, schermi che illuminano i volti e app che riempiono le giornate, il cellulare diventa uno strumento apparentemente essenziale nella vita di tutti i giorni. Tra i ragazzi, c’è chi ritiene di dominarlo, di riuscire a vivere un rapporto sano e responsabile con esso, e chi invece fatica un po’ di più, spesso si sente schiacciato a causa sua e tenta di allontanarsene, non per ribellione, ma per esigenza. Molti adolescenti si trovano quindi sospesi tra due poli: da un lato il bisogno di restare costantemente connessi, per sentirsi parte di una comunità virtuale e non perdere aggiornamenti, dall’altro la consapevolezza che proprio quello schermo rischia di sottrarre tempo ed energie alla vita reale.

È un equilibrio fragile, che non tutti riescono a mantenere, ma che sempre più ragazzi dichiarano di voler ricercare, mentre alcuni già l’hanno trovato.In definitiva però, il futuro non potrà essere privo di schermi, ma potrà e dovrà essere popolato da ragazzi capaci di abitare entrambi i mondi, digitale e reale, senza che l’uno sovrasti l’altro, perché c’è una vita oltre lo schermo. Come ricorda Riva: “L’obiettivo non è demonizzare la tecnologia, ma aiutare i giovani a usarla come strumento per potenziare, non sostituire, le relazioni umane autentiche”.
Per approfondire: ONestamente, c’è una vita da vivere oltre lo schermo (PRIMA PARTE)
