Questo articolo fa parte di ONestamente, una serie di approfondimenti de L’Ora Buca sui temi dell’attualità giovanile: spunti, provocazioni, sollecitazioni proposti ai ragazzi per capire come la pensano. L’attività rientra nel progetto “Giovani ON: un’esperienza per crescere”, finanziato da Regione Lombardia nell’ambito del bando “La Lombardia è dei Giovani 2024” in collaborazione con ANCI Lombardia – Capofila Comune di Cremona.

Ogni giorno i giovani vengono messi sotto la lente: nei salotti televisivi, nelle aule scolastiche, perfino nelle cene di famiglia: “Dovrebbero impegnarsi di più”, “Dovrebbero pensare al futuro”, “Dovrebbero comportarsi così”. Parole e frasi che spesso nascono da buone intenzioni, ma che si trasformano in un coro di aspettative, consigli, ammonimenti. Familiari che spingono verso la sicurezza, amici che trascinano nel proprio vortice di idee e convinzioni, professori che indicano la strada “giusta” per non sbagliare. Tutti parlano di libertà di scelta, ma quanta ne resta davvero quando le voci intorno diventano troppe?

C’è chi sogna di seguire le proprie passioni, ma teme di deludere; chi avrebbe voluto tentare un’altra strada, ma sceglie quella più “sensata”. A forza di preoccuparsi per i giovani, di alzare la voce “per il loro bene”, non si rischia di ottenere l’effetto opposto? Ragazzi che si chiudono nel guscio, che scelgono per compiacere, che confondono il consiglio con l’obbligo. La libertà, per crescere, ha bisogno di fiducia: ma questa fiducia, oggi, ai giovani è davvero concessa?
Se si ascoltano le storie dei ragazzi, il quadro che ne emerge risulta sfumato. “Personalmente credo di aver scelto principalmente in autonomia.”, racconta Francesco Depetri, studente del quarto anno del Liceo Scientifico Aselli “Tuttavia c’è stata anche un’influenza indiretta nella scelta da parte di mio fratello che aveva scelto la stessa scuola”. Diversa è invece la storia di Daniele Damiani che frequenta il quinto anno all’istituto Torriani, che testimonia la sua resistenza ai suggerimenti esterni: “La scuola l’ho scelta liberamente, anche se i professori hanno cercato di indirizzarmi. Nel mio istituto ogni professore alle medie consigliava la scuola e per tutta la terza media gli insegnanti mi suggerivano di andare all’Anguissola, indicandolo pure in pagella. Non ho preso questa strada e ne sono felice perchè sono sicuro che avrò più sbocchi lavorativi in futuro”. Stando ai dati emersi da un’indagine di Studenti.it si conferma la visione generale: il 52% degli intervistati ha dichiarato di aver deciso in autonomia, mentre il 23% ha chiesto consigli ai professori o si è convinto della scelta dopo avere partecipato a open day scolastici. I pareri delle famiglie hanno condizionato il 20% delle ragazze e dei ragazzi, mentre il restante 5% ha deciso dopo un confronto con gli amici.

E poi c’è la domanda che arriva sempre dopo, quando la campanella ha già suonato per un anno o due: “Se potessi tornare indietro, rifaresti la stessa scelta?”. Qui le certezze iniziano a scricchiolare. Secondo il rapporto “Profilo dei diplomati e loro esiti a distanza – Percorsi di orientamento e scelte nella scuola secondaria di I e II grado” curato a livello nazionale dall’Associazione AlmaDiploma, oltre il 40% dei diplomati italiani cambierebbe indirizzo di studi o cambierebbe qualcosa durante il proprio percorso se potesse ricominciare. Dietro alle motivazioni che li spingerebbero a cambiare troviamo ad esempio studiare materie diverse (29,8%), compiere studi più adatti alla preparazione universitaria (20,4%) o fare studi che preparino meglio al mondo del lavoro (17,7%).
Nei corridoi delle scuole cremonesi, la percentuale sembra meno netta ma il sentimento è simile anche tra studenti che stanno ancora frequentando le superiori. “Sono davvero soddisfatto perchè sono riuscito a cambiare e a migliorare, soprattutto senza il pensiero di dover cambiare scuola perchè non facesse per me, tornando indietro la rifarei”, dice Giuseppe Lena, studente del quinto anno dell’Istituto Superiore Torriani. Di diversa opinione invece è Paola Cairo, alunna del quarto anno dello Stanga, che afferma di non essere del tutto pentita della sua scelta, ma forse che se tornasse indietro guarderebbe “più opzioni, valutando altre scuole o indirizzi”.

Non tutti i ragazzi guardano solo ai libri, alle conoscenze, alla cultura: c’è chi intravede nella scuola un trampolino verso l’impresa, chi pensa già a “mettersi in proprio”. Ma tra sogno e realtà c’è un salto non sempre facile da compiere. Alcuni, come Giuseppe, ammettono che manchi loro ancora qualcosa: “Sinceramente non mi reputo ancora pronto per un passo del genere, però in futuro so di avere un carattere che mi faciliterebbe in questo mestiere sia la tenacia sia perchè so metterci la faccia”. Invece Chiara Manzini, studentessa del quarto anno al Liceo Scientifico Aselli, cresciuta in una realtà imprenditoriale, confessa di aver sempre pensato di seguire questo percorso e di essere decisa a farlo. I dati 2023 raccolti da Eumetra e contenuti nel rapporto di Assolombarda “Giovani e lavoro – Aspettative personali e lavorative” (relativo alle province di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia,, parlano di circa il 29% di giovani che immaginano di avviare un’attività nei prossimi cinque anni, percentuale che sale al 57% se si considera anche chi desidera un futuro da libero professionista: una maggioranza significativa, ma spesso frenata dalla burocrazia, dalla paura del fallimento e dalla mancanza di una cultura imprenditoriale che parta dalla scuola. Si è davvero liberi di aprire una propria attività in Italia?

E se il futuro professionale divide, quello civico non scalda sempre i cuori. Tra corridoi scolastici e tavole di famiglia, il confine tra dialogo e scontro, parlando di politica, è sottile. Daniele racconta di professori che “evitano la politica e ogni tipo di dibattito” aggiungendo che “probabilmente, anche se ci provassero, so di avere una classe che non reggerebbe il fatto che esistano idee diverse dalle proprie”. In merito all’ambito familiare Daniele crede di avere “molti membri all’antica con i quali sono sicuro al 100% che se provassi a fare un discorso finirebbe abbastanza male: ormai non si cerca più un punto d’incontro”. Chiara sottoscrive quanto precedentemente affermato e confessa di tacere spesso per evitare giudizi: “Esprimere un parere diverso porta a critiche, quindi a volte sto sulle mie. Nonostante ciò non rinuncio a riflettere e ad informarmi, cose che ritengo fondamentali per avere un’opinione”.

Questo senso di cautela convive con un paradosso più ampio: 6 under 35 su 10, spiega il Sole24Ore elaborando dati ISTAT, dichiarano di non avere alcun interesse per la politica. Ma quello che manca è soprattutto la fiducia, siccome il voto medio dato a Parlamento e partiti politici dagli under 35 è 3.5 su 10. Eppure, un sondaggio commissionato dal Consiglio Nazionale dei Giovani e realizzato dall’Istituto Piepoli rivela che il 65% degli italiani vorrebbe più giovani nelle istituzioni. Una generazione che da un lato preferisce non esporsi, forse perchè inascoltata, dall’altro è attesa (e spesso invocata) come portatrice di rinnovamento.

Dopo aver raccolto le voci dei ragazzi, emerge un filo comune: la libertà non è mai un qualcosa di assoluto, ma una tensione continua tra desideri, pressioni e contesto. Carmen Russo, Responsabile del Servizio Informagiovani, Orientamento, Scuola e Università, Sviluppo Lavoro del Comune di Cremona, invita a non cadere nella tentazione delle semplificazioni: “Non possiamo generalizzare. Ci sono giovani molto autonomi e altri che, per paura o incertezza, finiscono per delegare all’esterno la loro scelta, diventandone spettatori invece che protagonisti”. La famiglia, gli amici, i professori: ogni ambiente lascia un segno, a volte come sostegno, altre come vincolo. Proprio la scuola, che dovrebbe essere palestra di crescita e confronto, spesso diventa lo specchio delle contraddizioni. “Capita che i ragazzi non abbiano lo spazio per confrontarsi davvero sulle loro inclinazioni”, spiega il Direttore Sistema Coordinato Servizi Informagiovani – ANCI Lombardia “oppure che le decisioni vengano prese inseguendo miti familiari, modelli idealizzati, vecchie convinzioni sul mondo del lavoro. Alcune scelte non nascono da un progetto, ma da una fuga: dalla paura di sbagliare, dal timore di deludere, dal desiderio di proteggersi”. E qui si torna al nodo politico: come può un adolescente sentirsi libero di esprimere la propria idea, se non ha mai avuto l’occasione di costruirla?

Per l’esperta, la vera libertà non coincide con l’assenza di influenze, ma con la capacità di integrarle in un disegno personale. “Una scelta libera è una scelta consapevole, che tiene dentro l’idea di sé la conoscenza del contesto e la responsabilità verso il proprio futuro. Significa saper ascoltare, ma anche sapersi ascoltare”. Ecco perché Russo insiste sull’importanza delle competenze trasversali, della conoscenza delle proprie attitudini e della possibilità di cambiare nel tempo: “Non è più pensabile scegliere a 14 anni una strada e non metterla mai più in discussione. Oggi, più che mai, dobbiamo insegnare ai ragazzi a costruire percorsi flessibili, progettuali, capaci di adattarsi a un mondo in continua trasformazione”.
Dalle parole della dirigente Informagiovani emerge che la libertà di scelta non è mai totale, ma può diventare reale quando i giovani imparano a conoscerla e gestirla. “Una decisione libera non è una scelta che nasce e si sviluppa solo dentro di sé,” ,sottolinea, “ma è frutto di confronti, ascolto di pareri, considerazione delle aspettative di chi ci vuole bene”. Non si tratta quindi di eliminare le influenze, ma di imparare a mediare, trasformandole in strumenti di crescita invece che in vincoli. È questa la sfida che attende la scuola e chi accompagna gli studenti: offrire spazi di orientamento che non semplifichino la complessità, ma la rendano affrontabile. Perché scegliere non dovrebbe essere una corsa contro il tempo, né una prova di obbedienza: dovrebbe essere il primo vero esercizio di autonomia, un percorso in cui cambiare idea non è un fallimento, ma un segno di maturità.
