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di BEATRICE FRAZZI - Il caso delle Farfalle Azzurre è quello più clamoroso, quello di un allenatore di volley emiliano il più recente: le molestie nello sport, fisiche o psicologiche, sono un fenomeno carsico che negli ultimi anni sta emergendo, anche grazie a una maggiore attenzione dei media e delle istituzioni.

Ci mettevamo in fila una dietro l’altra, salivamo sulla bilancia e una delle allenatrici segnava il nostro peso su un quadernino. Eravamo tutte in fila nude, non solo a livello di vestiti, ma anche interiormente”: una scena agghiacciante quella raccontata due anni fa da Anna Basta, ex ginnasta italiana, intervistata da Simone Giancristofaro di Fanpage.it  ,qualche anno dopo il suo ritiro. La giovane intraprese la selezione e il successivo percorso in Nazionale tra il 2016 e il 2020, ignara del destino al quale stava andando incontro e quasi incredula di fronte a campanelli d’allarme lanciati dalle coetanee, come la prova del peso, nude, ogni giorno. 



In un ambiente competitivo e ostile come quello può essere quello dello sport è importante seguire delle regole e avere degli obiettivi, ma qui, come emerge dalla dichiarazione di Anna, il perseguire i propri sogni vedeva come diretta conseguenza episodi di violenza psicologica: le giovani atlete non potevano assumere acqua dopo allenamenti giornalieri di nove ore, non potevano affidarsi ad un nutrizionista né mangiare durante colazioni o cene pre-gara qualcosa che non fosse un frutto e, in caso contrario, venivano pesantemente schernite e offese. La giovane, dopo anni dominati da notti insonni e attacchi di panico, decise di ritirarsi nel luglio 2020, appena seppe che le Olimpiadi di quell’anno sarebbero state rinviate.

Destino simile toccò a Eugenia Bosco, velista argentina vincitrice di una medaglia d’argento a Parigi, che decise di denunciare violenze che aveva subito quindici anni prima dopo essersi imbattuta, per caso, in un documentario statunitense sulle molestie nello sport, “Athlete A”, che le riportò alla mente traumi che aveva rimosso con il tempo, come riporta un articolo del giornale “La Repubblica” dello scorso 11 gennaio. “Sapevo che c’era qualcosa che non andava in me ma non sapevo da dove venisse. Sapevo solamente che c’era qualcosa: e quando è arrivato il momento giusto ho cominciato a capire molte cose. Per troppo tempo ho tenuto tutto dentro di me: è finito nel mio inconscio, l’avevo sepolto e non ci pensavo più, ma c’era. Ora mi sento in pace con me stessa, più forte, libera. Non ho più conti in sospeso con me stessa”. 

A sostenere l’allarme suscitato da episodi di questo tipo vi sono diverse indagini, tra cui quella di “Change the game” (realizzata da Nielsen), la prima associazione italiana composta da volontari impegnati nella battaglia contro le violenze in ambito sportivo. Dallo studio Athlete Culture & Climate Survey – Indagine quali-quantitativa su abusi e violenza nello sport, nel quale sono stati inclusi uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 30 anni e che avevano partecipato ad un’attività sportiva prima della maggiore età, emergono statistiche importanti: il 30% degli intervistati ha dichiarato di aver subito violenza psicologica, poco meno del 20% violenza fisica e il 13,7% violenza sessuale. La maggior parte di loro ha dichiarato di essere stati umiliati pubblicamente, esclusi dalle pratiche sportive poiché ritenuti inadeguati, derisi davanti ai propri compagni, mentre il 7% di essere stato oggetto di commenti erotici e di natura sessuale. Emerge, inoltre, che il 31% degli abusanti sono gli allenatori delle vittime e che nel 62% dei casi la molestia avviene proprio nelle infrastrutture dove vengono svolte regolarmente le attività. 

Ancora più taciuti e sottovalutati sono poi gli abusi e le violenze nello sport dilettantistico, dove gli atleti, spesso minorenni, si trovano in una condizione di paura e disagio, che li porta a non esporsi. Anche in realtà di provincia come Cremona. È del 2021 la condanna a quattro anni per Giuseppe Garioni, allora presidente dell’associazione sportiva Torrazzo e dipendente dell’amministrazione provinciale della città, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di sei minori accertati, tre dei quali stranieri e con difficoltà economiche, ai quali dava piccole somme di denaro per le prestazioni sportive o per far sì che si togliessero autonomamente qualche sfizio, creando con loro un rapporto di subordinazione che andava al di là di ciò che la sua figura gli consentiva, costringendoli al silenzio.

L’ultimo caso arrivato alla ribalta nazionale è invece del 28 marzo scorso e riguarda un allenatore di pallavolo del bolognese, accusato di violenza sessuale: avrebbe adescato tre giovani di nemmeno quattordici anni e di una delle interessate avrebbe abusato nella propria abitazione, mentre alle altre avrebbe esplicitamente richiesto materiale pedopornografico sui social. La madre di una delle minori  ha trovato un bigliettino contenente prove di quanto accaduto e lo ha portato alle autorità, che hanno arrestato il colpevole in Sicilia, dove si era nel frattempo rifugiato per sfuggire alla pena.



Un atleta su sette ha ricevuto molestie o abusi in ambito sportivo, spesso da parte del proprio allenatore all’interno degli impianti dove svolge regolarmente gli allenamenti, ma quasi nessuno ha il coraggio di denunciare”, riporta Telefono Azzurro, che denuncia una situazione drammatica, velata da sorrisi, complimenti e pacche sulle spalle. La molestia in questo ambiente è ancora un tabù, sia perché i giovani, spesso minorenni, che hanno il coraggio di denunciare costituiscono una minima parte, a causa del timore di andare incontro alla rovina della propria carriera sportiva o di non essere creduti, sia perché gli allenatori, nella maggior parte dei casi, rimangono attivi nel proprio settore nonostante le segnalazioni.

Negli ultimi anni, grazie a una consapevolezza sempre maggiore nei confronti di violenze di questo tipo, si è ritenuto necessario introdurre nelle società sportive una figura che tutelasse l’equilibrio dell’ambiente di queste ultime: il Responsabile Safeguarding. Questa figura è stata resa obbligatoria per ogni società dilettantistica a partire dallo scorso 31 dicembre e dura in carica quattro anni. Le sue mansioni non prevedono la formulazione di accuse o indagini e nemmeno un diretto intervento giuridico nel caso in cui si verificassero problematiche, ma soltanto un’attività di monitoraggio al fine di evitare episodi di discriminazioni, di genere e non, abusi e molestie.