Questo articolo fa parte di una mini-inchiesta de L’Ora Buca sul tema delle molestie nel mondo dello sport: per approfondire leggi anche “MOLESTIE NELLO SPORT: QUANDO L’ORCO SI TRAVESTE DA ALLENATORE“
Lo sport è un ambiente che richiede talento e disciplina, che costituisce una “seconda casa” per chi ha la fortuna di farne una professione e una passione per la vita. Oltre ad essere un’attività che scalda i cuori di chi ne è spettatore e forma coloro che ne costituiscono l’immagine e l’essenza, lo sport costituisce una sfida continua, che sprona senza sosta a tagliare il traguardo e conseguire i propri obiettivi. Non sempre, però, questo avviene in un ambiente sano e dominato dal rispetto.

La professoressa Francesca Vitali, psicologa dello sport e docente di scienze motorie presso l’Università di Verona, è una studiosa delle diverse forme di violenza commesse nello sport e della loro gestione, che con il suo lavoro ha mostrato l’importanza della tutela di questo ambito e spinto l’incremento di attenzione degli ultimi anni.
Nel 2024 la prof. Vitali ha partecipato ad un progetto finanziato dal comune di Cremona, legato all’assessorato dello sport (il cui assessore è Luca Zanacchi) e ad Assist – Associazione nazionale Atlete (di cui fa parte dal 2017), volto ad indagare il fenomeno della violenza nello sport. Sono stati esposti i dati di due studi, svolti sia su atleti maggiorenni (anche minorenni, ma non ne sono stati presentati i risultati) sia su allenatori e dirigenti: è stato chiesto, soprattutto agli allenatori, in forma anonima, se loro agissero diversi tipi di violenza nei confronti dei propri allievi. Il campione era composto da più di duecento allenatori: undici di loro hanno risposto che abitualmente agiscono violenza verbale e fisica. Dati che oggi, sulla scorta dei tanti casi di cronaca dell’ultimo periodo, riprende e commenta a L’Ora Buca.
“Si può pensare che undici su più di duecento non sia molto, ma è il 6%. E comunque undici persone adulte che, in modo consapevole, in un’indagine anonima del comune di Cremona, dicono che abitualmente usano violenza, a me fa molto pensare”, riflette la professoressa Vitali in merito alla violenza nello sport, sottolineando come questa sia presente anche in una piccola provincia e, soprattutto, nello sport dilettantistico, in cui le voci delle vittime tendono sempre ad essere insabbiate.

Anche a livello internazionale si verificano un gran numero di violenze, che vengono però gestite mediante la giustizia sportiva, parallela a quella ordinaria, che garantisce l’analisi dei casi nel minor tempo possibile, evitando stravolgimenti delle competizioni. Un caso eclatante è quello delle Farfalle della ritmica italiana, che accusano l’allenatrice Emanuela Maccarani di aver utilizzato metodi violenti nei confronti delle giovani promesse della nazionale: “Ci sono stati due processi. Incredibilmente, dopo le indagini, la giustizia sportiva ha assolto la Maccarani per eccesso d’amore, ovvero quelle denunciate dalle ginnaste non erano vere e proprie violenze, ma modalità della Maccarani volte a stimolarle. Contemporaneamente il presidente della Federazione Ginnastica è cambiato e il nuovo ha comunque commissariato la Maccarani. In questo momento questa figura tecnica non è più attiva”.

“Le violenze nello sport derivano da un’asimmetria di potere: c’è una persona adulta verso minori o una persona con ruolo che sfrutta questo potere”
In molti casi come questo la vittima non viene creduta o viene addirittura screditata a livello sportivo, molto spesso da figure più potenti, con un’influenza nei suoi confronti e della sua carriera, portando una diffusione di fragilità e silenzio: “Di solito le violenze nello sport, che possono essere fisiche, verbali, psicologiche o addirittura sessuali, derivano da un’asimmetria di potere: c’è una persona adulta verso minori, o una persona con ruolo prestabilito verso altre persone, che sfrutta questo potere, inteso come influenza sociale, che può modificare il comportamento altrui. Molte volte sono gli abusanti stessi ad avere per primi subito violenza, per esempio in famiglia o a scuola, e hanno in qualche modo imparato, per modelli educativi sbagliati, ad agire così e ripropongono il loro modello erroneo. Di solito le vittime fanno molta fatica a denunciare poiché non trovano nelle società sportive un ambiente sicuro, non vengono credute e non c’è garanzia di anonimato. Molti atleti, dopo aver subito violenza e dopo aver denunciato, subiscono infatti vittimizzazione secondaria”.

Un altro fattore problematico, che aiuta il diffondersi progressivo della violenza, è l’utilizzo inconsapevole dello smartphone e dei social network, che favorisce la nascita di relazioni illecite e maltrattamenti, soprattutto nei confronti di minori: ”Ci sarebbe da chiedersi se sia opportuno dare ad un pre adolescente il telefono, quindi l’accesso a tutte le medialità”, riflette la docente, “ma siccome la risposta è sì, perché i genitori lo fanno sempre prima, siamo di fronte ad un problema di gestione educativa. Le nuove tecnologie vanno usate ,ma vanno gestite. Anche a tutela di questo, tutte le linee guida attuali sul safeguarding nello sport (quindi ciò che il sistema sportivo sta facendo in termini di condotta, di codici etici e prevenzione di ogni forma di violenza) impongono alle società sportive di evitare chat o messaggi tra allenatori e atleti minorenni”.


Nel momento in cui ci si trova davanti a problematiche di questo tipo, un’ipotetica soluzione potrebbe essere una più rigorosa selezione dei membri delle associazioni sportive, che devono essere prima educatori che veri e propri tecnici. La normativa del responsabile safeguarding ha esortato ogni società sportiva dilettantistica ad assumere una figura di questo tipo entro il 31 dicembre 2024, per monitorare gli allenatori, valutarne le capacità educative e incentivarne una corretta formazione.
Nonostante la violenza nelle discipline sportive sia un fenomeno di grande rilevanza, è molto difficile tradurne la dimensione in dati concreti, poiché il suo studio è incrementato soltanto negli ultimi quindici anni e, nonostante questo, le vittime che hanno il coraggio di tirar fuori la propria storia rimangono comunque una minoranza. “La mia impressione è che oggi ci sia maggiore sensibilità, se ne parli di più e quindi i casi emersi siano più numerosi, ma se questo corrisponde ad un aumento complessivo, secondo me la risposta è no. I casi c’erano anche trent’anni fa, solo che se ne parlava meno. Il fenomeno è stabile e purtroppo gode di ottima salute. Sa cosa dicono le psicologhe dello sport? La violenza è embedded, strutturata così tanto che anche le persone che la subiscono fanno fatica a riconoscerla”.