
In un mondo dominato dalla frenetica legge del “dover andare per la propria strada” e talvolta dalla diffusa noncuranza verso cosa, ma soprattutto chi ci circonda, una parola di conforto, un sorriso ricambiato o un’attenzione speciale valgono più di mille traguardi. La nostra società ci ha portati a dar sempre meno importanza all’effetto che un cuore puro può avere sulla nostra vita, o a come un augurio di buona giornata possa effettivamente farci sentire al riparo in un mondo ostile in cui viaggiamo controcorrente: non dovremmo forse fermarci a riflettere su questo?

È la domanda sulla quale si è incentrata la seconda edizione del Festival della Gentilezza che si è tenuta nella sala Buzzati del Corriere della Sera il 24 e il 25 ottobre in collaborazione con la Fondazione Amplifon, che è stato però possibile seguire anche in streaming sul sito ufficiale della testata.
L’evento ha proposto una serie di riflessioni ed esperienze attraverso interventi di esperti di ogni tipo, a partire da docenti universitari o insegnanti come Vincenzo Schettini, celebre in tv e sui social con La Fisica che ci piace, scrittori e giornalisti del Corriere stesso, sportivi professionisti come Jury Chechi, oro olimpico agli anelli, psicologi come Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, e molti altri.


La seconda giornata è stata inaugurata e introdotta per il secondo anno di fila da Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera e direttrice di 7, che ha spiegato come il progetto sia volto a valorizzare un’iniziativa nata circa trent’anni fa a Tokyo, il World Kindness Movement, che ha selezionato il 13 novembre come giornata mondiale della gentilezza: «Il nostro calendario, lo sappiamo bene, trabocca di giornate speciali che non servono a nulla, semmai ci distraggono, e nel frattempo il mondo che conta e tira le somme a zero per tutti ha virato verso l’autoritarismo, l’esercizio della violenza e la velocità estrema, che semplifica decisamente, passando come un ferro da stiro su obiezioni e dubbi sparsi. Bisogna ragionare sulla gentilezza, intesa non come polverina magica o come sonnifero, bensì in quanto sistema di relazioni e responsabilità».
«Bisogna ragionare sulla gentilezza, intesa non come polverina magica o come sonnifero, bensì in quanto sistema di relazioni e responsabilità»
Barbara stefanelli
Con queste parole la giornalista ha voluto evidenziare l’importanza fondamentale della gentilezza nella vita di tutti giorni, proponendo a favore della sua tesi diverse riflessioni: ha iniziato dicendo come, da sempre, le comunità caratterizzate dalla coopetizione, unione tra competizione e cooperazione, siano vissute in armonia o, come risulta da studi effettuati al Fatebenefratelli Sacco di Milano, che le azioni mosse dall’amore abbiano un effetto positivo su patologie come la depressione o l’ansia, sottolineando quanto un ordine globale fondato sul cinismo non stia portando alcun risultato.

Nella prima giornata del Festival il tema della gentilezza è stato legato a quello dell’ironia comica, ma pur sempre gentile, da personaggi come la giornalista Manuela Croci e Filippo Caccamo, comico e attore, oppure alla tematica dell’arte, della meditazione o della poesia. Il festival è poi proseguito per tutta la giornata di sabato, dove sono intervenuti esperti delle più svariate discipline, come il biologo Daniel Lumera, con “La gentilezza come medicina naturale”, nel quale ha delineato diversi aspetti e impatti che questa ha sul mondo e sugli individui stessi.
L’esperto ha delineato l’etimologia della parola gentilezza, che deriva dal concetto di gens romana, nucleo nel quale già prevaleva l’amore e il rispetto verso l’altro, dandone poi una definizione ontologica («La gentilezza -ha affermato il dottor Lumera- non è un comportamento esteriore, ma un sentimento profondo che ci permette di contattare degli aspetti molto nobili della nostra anima»), per poi proseguire mostrando l’efficacia della gentilezza in diversi ambiti della vita quotidiana a cui nessuno la ricollega, tra cui l’economia: «Uno studio di Google afferma che esaminando i 180 migliori team del settore si è scoperto che le X factor di produttività ed eccellenza erano fiducia e gentilezza, non il saper fare qualcosa. In ambienti di questo tipo le persone sono semplicemente più creative e capaci di portare più eccellenza».

Lumera ha poi citato la pubblicazione del report mondiale Gallup, che ha dimostrato che nelle imprese dove c’è assenza di compassione, un’alta conflittualità e un’alta autorità, anziché autorevolezza, si hanno perdite annuali per assenteismo, timore e burnout che variano dai 450 ai 550 miliardi di dollari, e che quando invece in un ambiente lavorativo si coltivano valori positivi, la performance dei collaboratori arriva a migliorare anche del 200%.
Successivamente l’esperto ha mostrato statistiche riguardo all’impatto del clima accogliente e gentile sul paziente ospedaliero, che si mostra essere molto rilevante: la quasi totalità di pazienti risulta prediligere un medico gentile ad uno bravo, oppure preferisce cambiare struttura ospedaliera in favore di una più accogliente e gestita in maniera più umana, anche se questo comporta la lontananza da casa. Lumera ha poi proposto una sfida, quella di applicare ogni giorno i quattro principali atti di gentilezza: quella verso noi stessi, la dimensione intrapersonale; verso un’altra persona, interpersonale, specialmente verso coloro che ci hanno offesi;verso gli esseri viventi che ci circondano e infine verso la natura, in modo da garantire longevità e salute.


E ha invitato la platea a riflettere sulle modalità con le quali si esprime la gentilezza: la principale è sicuramente quella verbale, ambito nel quale si stanno raggiungendo dei livelli di maleducazione inaudita che peggiorano la qualità comunicativa, «anche perché tramite le parole noi costruiamo la realtà. Pensate che i bambini piccoli nella loro purezza vengono plasmati dalle nostre parole, perché non distinguono comportamento da identità. Attenzione, perché le parole si tramutano in chimica, pensieri e strutture psichiche nelle altre persone, che creano il tessuto della realtà. Quindi il primo atto a cui vi stimolo è l’integrità nella parola».
Il biologo, da poco in libreria con Ti lascio andare. Come alleggerirsi da pensieri, ricordi e altri pesi invisibili per fare spazio alla vita (Mondadori), ha poi mostrato la frase: “Dì degli altri solo ciò che diresti in loro presenza e nella stessa forma”, per spiegare come nell’epoca del gossip un pensiero di questo tipo sia anti-convenzionale, ma ugualmente funzionale ed efficace nel portare gentilezza nei rapporti, e di conseguenza nel mondo.


In conclusione del Festival, l’interessante confronto tra Walter Veltroni, giornalista politico e scrittore, e Marco Crepaldi, psicologo e fondatore di Hikikomori Italia, moderati da Manuela Croci, proprio riguardo al fenomeno Hikikomori, una piaga invisibile che conta oggi nel nostro Paese duecentomila casi, dei quali settantamila solo nelle scuole secondarie. Il problema, anche se potrebbe non sembrare, riguarda anche le famiglie, che soffrono in alcuni casi più dei ragazzi.
«Per me la gentilezza è riconoscere il valore e la gentilezza dell’altro. Anche essere gentili con noi stessi serve, poiché molti ragazzi non si perdonano un fallimento, una bocciatura o un voto, invece dobbiamo capire che non tutto può essere fatto alla perfezione»
Marco crepaldi
«Quanto i ragazzi hanno effettivamente bisogno di essere ascoltati? La problematica più incisiva è proprio l’assenza di reciproco ascolto. Per gli adulti è importante, ma per i ragazzi è davvero frustrante. Oggi ho visto fuori a pranzo una famiglia e tutti avevano in mano il cellulare: non si dicevano nulla, non capisco allora perché vadano a pranzo fuori -ha raccontato Veltroni- Si pensa che i bambini siano privi di pensieri, invece sono pieni di riflessioni, di interrogativi, hanno bisogno di comprendere la vita nella quale stanno entrando e l’assenza di interlocuzione, soprattutto in famiglia, rende tutto questo molto difficile».
Gli esperti hanno poi sottolineato quanto sia sbagliato ritenere questa condizione un disagio psicologico individuale poiché questa, ha spiegato Veltroni, è in realtà una grande malattia sociale. «È molto facile dire “stanno male”, ma stanno male poiché nel contesto in cui vivono c’è qualcosa che non funziona. Il fatto di chiudersi nel proprio ego fa giustizia di quel bisogno di relazione umana che in fondo è la base della vita stessa, se non c’è quella, stare fuori dalla propria stanza o dentro rischia di essere uguale».
«La gentilezza non è solo qualcosa che riguarda le forme, ma la realtà dell’esperienza umana. Coltivare e seminare gentilezza è il modo migliore per difendere le cose a cui teniamo, ad iniziare dalle libertà di ciascuno di noi»
Walter vELTRONI
«Questa condizione colpisce i ragazzi ma a volte si cronicizza e si protrae nell’età adulta. Gli Hikikomori sono coloro che scappano dalla società e hanno paura», ha chiarito il dottor Crepaldi, che ha descritto i tre stadi di questa condizione di isolamento: inizialmente si prosegue con la frequentazione regolare della scuola, ma si resta isolati nel resto del tempo; nella seconda fase, quella più più evidente, si verifica l’abbandono delle lezioni e il panico dei genitori, che reagiscono con minacce o con il divieto dell’utilizzo dei social, considerati la causa di tutto, per poi ricadere nella terza fase: un annullamento del contatto con mamma e papà. «Non c’è modo di portarli fuori se non facendo provare loro qualcosa che viene da dentro. La paura non li smuove, come quella della bocciatura: credo che questi siano gli ultimi anni in cui questo sistema fondato sull’autorità risulterà vincente, poiché abbiamo bisogno di giovani che capiscano perché dovrebbero fare qualcosa e come, e non soltanto perché glielo dice un adulto. Hanno bisogno di interiorizzare la propria motivazione alla vita».