FESTIVAL DELL'ECONOMIA
di CARLO ALBERTO CHIAVEGATO - Next Gen Power, i giovani alla guida del futuro (e senza bisogno di retrovisori): questo il titolo di uno dei tantissimi eventi proposti dal Festival dell'Economia di Trento. All'Itas Forum i giovani al centro, grazie a un sondaggio effettuato tra oltre 6.000 di loro, illustrato da due coetanei e commentato da un parterre di grande prestigio: Giuliano Noci, Bruna Olivieri, Gabriele Fava, Pier Maria Saccani, Corrado Passera, Irene Boni, moderati dalla giornalista del Sole Annarita D'Ambrosio.

Seimila voci di giovani, due loro coetanei sul palco accanto a una decina di professionisti del mondo del lavoro, riuniti a Trento per il Festival dell’Economia 2026. Sono stati loro i protagonisti del panel “Next Gen Power: i giovani alla guida del futuro (e senza bisogno di retrovisori)” che si è tenuto giovedì 21 maggio nella sala conferenze dell’Itas Forum e che ha affrontato diverse tematiche legate al mondo giovanile, dalla scuola al lavoro, dalla tecnologia alla geopolitica.



Per permettere poi ai relatori di approfondire le questioni ed entrare nel merito, Hub della Conoscenza, Politecnico di Milano, Cassa Padana BCC e Anci Lombardia hanno sottoposto a migliaia di giovani lombardi un ampio questionario, i cui risultati sono stati illustrati in apertura dei lavori. Gli interventi, moderati dalla giornalista del Sole24Ore Annarita D’Ambrosio, hanno visto alternarsi Irene Boni, consigliere delegato Unhate Foundation; Gabriele Fava, presidente Inps; Giuliano Noci, prorettore Politecnico di Milano; Bruna Olivieri, country manager Unieuro; Corrado Passera, imprenditore ed ex Ministro dello Sviluppo Economico, e Pier Maria Saccani, direttore Consorzio tutela mozzarella di bufala campana DOP.

Il risultato del sondaggio è una fotografia nitida, per certi versi inaspettata e in alcuni tratti persino sconcertante, di una generazione che non si lascia più descrivere attraverso gli stereotipi dell’apatia o del disimpegno. La parola che attraversa trasversalmente tutta la ricerca è “insicurezza“: non individuale, ma ormai sistemica. Economica, lavorativa, sociale, geopolitica. Una generazione che vuole costruirsi un futuro, ma che percepisce il contesto globale come fragile e spesso fuori controllo.

Uno dei dati più dirompenti emersi riguarda il rapporto con il lavoro. La narrazione diffusa secondo cui i giovani sarebbero poco motivati, insieme al “i giovani non hanno voglia di lavorare”, viene smentita dai numeri: il 54% degli intervistati indica come principale obiettivo di vita il raggiungimento dell‘indipendenza economica, il 52% desidera un lavoro che piaccia davvero e il 47% considera fondamentale l’equilibrio tra vita privata e professionale. Non si tratta di ambizioni grandiose: i ragazzi non immaginano vite “facili”, ma vite sostenibili. Parlano di stabilità, famiglia, serenità mentale, dignità, possibilità di progettare il proprio futuro senza vivere in una condizione permanente di precarietà.

Eppure, accanto a questi desideri, si affaccia un quadro di paure altrettanto eloquente: il 60% teme di essere costretto a fare un lavoro che non ama, il 45% ha paura di non trovare opportunità lavorative adeguate, il 44% di non raggiungere mai una stabilità economica e il 30% dichiara di avere paura di “non essere all’altezza”. Quest’ultimo dato è forse il più rivelatore: fa emergere infatti una generazione fortemente abituata a sentirsi continuamente sotto pressione, convinta di dover dimostrare qualcosa in un sistema percepito come poco meritocratico.

«Una cosa che mi ha sorpreso è la ricerca di meritocrazia. -ha commentato a L’Ora Buca Corrado Passera, già Ministro per lo Sviluppo Economico- Spesso viene fuori che, nell’attuale momento di grande disordine, sia più necessaria protezione che meritocrazia. Per questo quindi sono molto felice. Concordo con chi sostiene sia necessaria protezione, sull’introduzione di un nuovo welfare disegnato sulla base della nuova conformazione demografica del Paese».

La scuola emerge come uno degli snodi più critici dell’intera ricerca. Il 60% del campione cambierebbe il sistema di valutazione e il carico di studio, il 53% critica le metodologie di insegnamento e il 41% denuncia il debole collegamento tra scuola e mondo del lavoro. «L’integrazione del mondo della scuola con quello delle imprese a parole è un dato di fatto, ma nella realtà non esiste. Noi adulti dobbiamo intestarci questa responsabilità e voi ragazzi meritate un futuro migliore in cui dovete, però, essere i protagonisti», ha commentato il Professor Giuliano Noci.

La scuola viene spesso vissuta come un luogo che misura la performance più che sviluppare competenze reali. Molti ragazzi parlano apertamente di stress, ansia, pressione psicologica e senso di inadeguatezza. Parallelamente emerge una richiesta precisa e concreta: introdurre competenze pratiche oggi quasi assenti nei percorsi scolastici. Educazione finanziaria, educazione emotiva, orientamento professionale, uso consapevole della tecnologia, capacità relazionali e pensiero critico sono considerate priorità assolute. Quello che si chiede è semplicemente una risposta alla distanza crescente tra quello che la scuola insegna e quello che il mondo attorno chiede.

Uno degli aspetti più sorprendenti della ricerca riguarda poi il rapporto con l’Intelligenza Artificiale. L’AI non è percepita come un evento futuro, ma come parte integrante della quotidianità, sulla quale la scuola non fornisce competenze adeguate. 

Ancora più indicativo è il profilo delle paure legate all’AI: il 62% teme la perdita della creatività umana, il 47% teme la perdita dei posti di lavoro, il 18% teme di essere superato in termini di competenze. È interessante osservare come la paura principale non sia tanto la sostituzione lavorativa, quanto la perdita dell’unicità umana. I ragazzi sembrano intuire che il vero rischio non sia l’esistenza delle macchine, ma una società incapace di valorizzare pensiero critico, creatività e relazioni umane. 

Ci sono poi il timore per la situazione internazionale e una percezione del futuro estremamente cupa. Molti ragazzi dichiarano di non essere certi di poter vivere meglio delle generazioni precedenti, alcuni temono di non riuscire mai a costruire una famiglia; altri evocano scenari di guerra, collasso economico e instabilità permanente.

«Noi abbiamo passato alle generazioni successive la convinzione che diritti, pace, salute, democrazia, libertà fossero degli acquisiti, ma non lo sono mai stati nella storia. -ha commentato Passera- Quella in cui viviamo è una fase fortunata, perché ci ricordiamo ancora di doverli e poterli difendere: il che significa che questi valori esistono ancora, e spesso è proprio dai giovani che viene la reazione più forte. Non sono cose scontate, ed è giusto sentire quell’ansia e impegnarsi per difenderli».

L’elemento forse più importante che emerge dalla mattinata, e dalla ricerca che l’ha animata, è che i giovani non appaiono affatto rassegnati. Continuano ad avere ambizioni, desideri, obiettivi concreti. Vogliono lavorare, costruirsi una stabilità, avere relazioni solide, sentirsi utili e valorizzati. Quello che manca, nella loro percezione, è un sistema capace di accompagnarli. Non chiedono privilegi, ma strumenti. Non pretendono scorciatoie, ma opportunità valide. Non rifiutano il futuro: temono soltanto di doverlo affrontare completamente soli.