
Federico II di Svevia ci aveva già provato, otto secoli fa: fare di Cremona una sorta di seconda sede imperiale. Fece sì della città un centro fondamentale della sua politica, ma Cremona non assurse mai al rango di capitale. Da quel tentativo “mancato”, mercoledì 23 settembre è partita la nuova candidatura della città a Capitale Italiana della Cultura 2029. “Siamo nel Cortile Federico II non a caso, ma perché anche lui provò 800 anni fa a rendere Cremona capitale, malauguratamente senza riuscirci, ma senza scoraggiare i cremonesi che oggi ripropongono questa candidatura”, ha esordito lo storico e divulgatore Guido Damini che, nel luogo dedicato alla memoria del grande imperatore-poeta, ha aperto e condotto la serata di presentazione del dossier davanti a un folto pubblico e a tutte le autorità cittadine.



Una battuta, quella di Damini, che è anche un programma. Tutto il progetto è costruito attorno all’idea che la cultura di Cremona non sia un capitolo chiuso da centinaia di anni, ma qualcosa di ancora aperto, da scrivere insieme. Non a caso il dossier si intitola “Pianura Futura”.
Ad aprire la presentazione è stato il sindaco Andrea Virgilio che ha raccontato il senso dell’impegno di questi mesi. “Il lavoro di oggi ci consegna anche una direzione che ci dovrà accompagnare nei prossimi anni. Una direzione che passa dalla capacità di attrarre visitatori e nuove energie senza perdere di vista chi la città la abita ogni giorno siccome questa ambizione deve però accompagnarsi al benessere di chi abita la città. Bisogna pensare allo spazio che lasceremo ai giovani. Noi dobbiamo rispettare il loro futuro”.
A raccontare nel dettaglio il lavoro dietro al dossier è stata Ilaria Morganti, fondatrice dell’impresa sociale Itinerari Paralleli, che ha già fatto vincere la città di Pordenone come capitale della cultura per il 2027, e autrice materiale del documento, iniziato a gennaio e costruito in mesi di lavoro.
“La gara è molto competitiva e si vince con un buon progetto” ha detto Morganti, ricordando che le città in corsa sono 17 e che nei prossimi mesi la selezione arriverà a una decina di finaliste. La sua ricetta: un dossier credibile, costruito su progetti partecipativi, capace di tenere insieme più dimensioni siccome “si vince con un programma culturale di qualità, dove ci sia spazio sia per la tradizione che per la ricerca e l’innovazione”.
Morganti ha poi guidato il pubblico attraverso i tre assi del progetto. Il primo riguarda proprio il rapporto tra passato e futuro (Cremona città contemporanea): “Di Cremona ho potuto constatare che è una città di una bellezza esagerata. Si inciampa nella bellezza. Spesso è nascosta, ma la incontri ovunque”, ha raccontato, conquistando una standing ovation. Da qui la domanda di come trasformare questo patrimonio in possibilità per il futuro e “come la tradizione e la storia di questa città possano ancora essere generatrici di innovazione e di creare eccellenza”.

Il secondo asse riguarda Cremona città di paesaggio, mentre il terzo capitolo è Cremona città aperta, con la cultura intesa come strumento capace di incidere sulla qualità della vita. “Lavora sull’idea che la cultura sia attivatore di benessere per le persone, dove possono vivere bene e costruire il proprio futuro”.
Gli elementi artistici sul palco che hanno legato tutto lo svolgimento della presentazione sono stati due. In primis l’illustratrice Margherita Allegri, che ha accompagnato gli interventi disegnando dal vivo vignette ironiche e divertenti sulla città. La seconda presenza è stata quella del cantautore cremonese Michele Zocca, in arte Michelangelo, che ha chiuso al pianoforte la serata con alcune sue canzoni.
Ma per vincere questo titolo, cosa serve davvero? Quali sono le caratteristiche che fanno la differenza tra un dossier che passa e uno che resta escluso? Per capirlo conviene guardare a chi ci è già riuscito, o ci proverà come Cremona, che dovrà vedersela con altre 16 realtà: da borghi come Irsina e Bassano del Grappa a centri più grandi come Campobasso, Cassino, Tivoli.
Guardando alle motivazioni ufficiali delle giurie che hanno premiato i dossier vincitori negli ultimi anni – Agrigento 2025, L’Aquila 2026, Pordenone 2027, Ancona 2028 – emerge una costante: nessuna delle candidature vincenti si è raccontata come una città-museo. Ognuna ha scelto un tema capace di tenere insieme passato e presente.
Agrigento ha vinto per l’anno 2025 con il progetto “Il sé, l’altro e la natura. Relazioni e trasformazioni culturali”, costruito sui quattro elementi di Empedocle e allargato a Lampedusa e ai comuni della provincia. Un impianto elegante, che ha però mostrato il suo limite nella fase attuativa: a marzo 2025 due eventi di punta sono saltati per mancanza di fondi, segno che un progetto vincente non basta se manca una macchina organizzativa e finanziaria altrettanto solida a sostenerlo.
L’Aquila ha fatto della propria ferita, il terremoto del 2009, il cuore della candidatura vincente per il 2026: “L’Aquila. Città Multiverso”, costruita sui cinque cardini di multiculturalità, multidisciplinarità, multitemporalità, multiriproducibilità e multinaturalità. La giuria ha parlato di un progetto capace di coprire “l’intero spettro dell’espressione artistica e culturale, compresi cinema, teatro, musica e arti visive”, con “particolare enfasi posta sull’inclusione attiva dei giovani”.
Pordenone ha convinto la giuria di esperti indicati dal Ministero della Cultura, che l’ha scelta all’unanimità su altre nove finaliste, tra cui Savona e La Spezia, soprattutto sul piano della struttura. Nella motivazione ufficiale per il titolo 2027, la giuria ha parlato di un dossier capace di “coniugare tradizione e contemporaneità”, sottolineando “la capacità di attivare un processo di coinvolgimento diffuso che reinterpreta il legame tra memoria, territorio e creatività” e la “particolare attenzione rivolta ai giovani, non solo come fruitori ma come protagonisti del processo creativo”.

Ancona, la più recente, ha puntato su “Ancona. Questo adesso”, dal poeta anconetano Francesco Scarabicchi, con la collaborazione tra gli altri del premio Oscar Dante Ferretti e del musicista Dardust.
Rispetto a questi quattro modelli, la candidatura di Cremona sembra più vicina alla logica di Pordenone che a quella di Agrigento: non un progetto pre-realizzato e pieno di attività, ma un progetto dichiaratamente costruito “dal basso”, le stesse parole usate da Morganti, con l’obiettivo di essere credibile prima ancora che scenografico. È la stessa scommessa che ha premiato la città friulana: le motivazioni delle ultime giurie, lette in sequenza, mostrano una ricorrenza nel definire i giovani “protagonisti”, non semplici “fruitori”. Così anche il dossier di Cremona, che parla di welfare culturale e di una città che deve “rispettare il loro futuro”.
Se c’è una linea rossa che unisce le ultime quattro edizioni, è che il titolo non si vince con l’idea più originale in assoluto, ma con quella più credibile fino in fondo: un progetto riconoscibile, una rete larga di soggetti coinvolti, un programma capace di reggere l’anno intero senza saltare eventi per mancanza di fondi (la lezione, in negativo, di Agrigento), e una capacità dichiarata di lasciare qualcosa alla città anche a prescindere dall’esito.




