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di LINDA GATTA - Chi rinuncia a pilates, chi al padel, chi all'aperitivo con gli amici: tutti per studiare il greco. Succede davvero, non in un mondo distopico, ma a Milano, dove il Liceo Berchet ha fatto sold out per il suo "Ricomincio da...greco". Esperienza simile anche al Vida di Cremona, alla ricerca di un contatto più diretto con il nostro passato e di un confronto con un modo di pensare "lento", inattuale, ma ellenisticamente affascinante.

C’è qualcosa di profondamente controcorrente, quasi insubordinato, nel vedere un’aula piena per un corso di greco antico nel 2025. Mentre tutto intorno spinge alla velocità e all’immediatezza, al Liceo Berchet di Milano decine di persone di tutte le età decidono, in modo volontario, di sedersi davanti ad una lingua “lenta, densa e ostinata”, come affermano nella storia raccontata dal Corriere della Sera le professoresse Gusmini e Ziliani, responsabili del corso. «Il greco ti restituisce il lusso – quasi scandaloso – di un pensiero che non può correre. È un passo indietro che assomiglia stranamente a un passo in avanti», dice Giuseppe, uno dei partecipanti. 



Le sue parole bastano a spiegare ciò che le lingue antiche fanno: non gridano, ma scavano; non promettono scorciatoie, ma restituiscono profondità. E il fascino è proprio lì. Molti dei presenti ammettono che avrebbero voluto fare il Classico, ma la vita li ha condotti altrove. Ora recuperano quel desiderio come si recupera un respiro lungo, necessario: tornano a una lingua che non si concede subito, che ti obbliga a pensare piano, a guardare meglio. È un ritorno al passato che illumina il presente.

Tornano a una lingua che non si concede subito, che ti obbliga a pensare piano, a guardare meglio. È un ritorno al passato che illumina il presente.

Un momento delle lezioni di greco organizzate dal Liceo Berchet e raccontate da Elisabetta Andreis sul Corriere della Sera

Ma perché fanno qualcosa che ogni liceale senziente rifuggirebbe? Per fascino, sì: il mistero di una lingua che chiede pazienza, che impone un ritmo flemmatico al pensiero. Studiare il greco significa accettare di non capire subito, di lasciarsi educare dalla complessità. È un esercizio di umiltà e, paradossalmente, un’esperienza di libertà. 

Ma anche per un’utilità che non ha nulla a che vedere con abilità pratiche o soft skills. Il greco è, insieme al latino, l’origine delle nostre parole, la radice che dà spessore al linguaggio. È l’etimologia che rimette ordine nella confusione, che restituisce forma alle idee. È la struttura del pensiero occidentale: là dove sono nate le domande che ancora ci muovono, dove si è provato per la prima volta a dare un nome al mondo. È un modo di rimettere ritmo, di recuperare un centro, di opporsi al rumore. 

Scegliere una lingua antica oggi non è solo un desiderio nostalgico: è un atto di consapevolezza. Un modo per riprendersi il tempo, per rendere il pensiero nuovamente sublime, per abitare il presente senza esserne travolti. E forse è per questo che al Berchet le aule erano piene: perché qualcuno, in un’epoca così superficiale, vuole ancora capire da dove nascono le parole e, con esse, i pensieri. Perché quel passo indietro, apparentemente inattuale, è in realtà il modo più lucido di guardare avanti.  

I docenti del Liceo Vida Marco Baroni (a sin.) e Stefano Frati

Un’esperienza analoga si svolge anche al Liceo Vida di Cremona, dove i professori di lettere Marco Baroni e Stefano Frati tengono il corso με δαμνᾷ πόντια θυμόν, incentrato più sulla letteratura che sulla lingua in senso stretto. Avviato a metà novembre e in programma fino al 27 marzo, il corso si tiene ogni due venerdì ed è rivolto a un pubblico estremamente vario: studenti liceali con una minima infarinatura, ma anche adulti che desiderano avvicinarsi o ritornare al mondo classico. 

Non è richiesta una conoscenza di base: nulla viene dato per scontato. Gli obiettivi del corso sono molteplici: offrire una conoscenza sia generale sia più specifica di alcuni autori, temi e motivi della letteratura antica; alternare incontri più ampi, dedicati all’inquadramento culturale, ad altri più analitici, incentrati sulla lettura e sulla traduzione di testi significativi. Le motivazioni dei partecipanti sono diverse: c’è chi torna per nostalgia, «il ricordo di studi passati», chi per «un interesse ancora vivo», e chi per cercare «un contatto tra il mondo antico, spesso solo semisconosciuto, e quello contemporaneo». 

Alla domanda ricorrente “a cosa serve concretamente studiare greco e latino?”, il professor Baroni risponde: «È molto difficile dare una risposta immediata». «Spesso si pensa che si tratti solo di conoscenza dei fenomeni grammaticali o di pura erudizione, ma non è così». Greco e latino, sottolinea, «sono discipline complesse che aiutano a sviluppare una sensibilità maggiore nell’interazione tra persone e culture e nel confronto con tematiche di grande attualità, come l’incontro con l’altro».



Anche dal punto di vista linguistico la ricaduta è concreta: «Lo studio delle lingue classiche aiuta a impostare la comunicazione scritta e orale con un livello di consapevolezza nettamente superiore». Ma il valore più profondo, secondo Baroni, riguarda il rapporto con il tempo e con la memoria: «Studiando quei testi che hanno caratterizzato il nostro passato facciamo i conti con qualcosa che ci appartiene, perché noi veniamo da lì». 

L’etimologia e le radici delle parole diventano così strumenti fondamentali: «Servono a capire il vero significato delle parole e delle lingue, a orientarsi di fronte a ciò che inizialmente appare sconosciuto, a comprendere determinati enunciati».Concorda il professor Stefano Frati, che individua proprio nella dimensione temporale uno degli insegnamenti più forti del mondo classico. E soprattutto, conclude Baroni, il mondo antico insegna la lentezza: «una lentezza necessaria, in aperto contrasto con il mito della frenesia che domina il nostro presente». 

È una lentezza che non è inerzia, ma resistenza. Domare l’animo, με δαμνᾷ πόντια θυμόν, significa ritrovare un ritmo umano, imparare a stare nel tempo invece di subirlo, sottrarsi al rumore incessante e restituire profondità al pensiero. Forse è proprio questo, oggi, il gesto più radicale. Ed è forse per questo che, ancora adesso, le aule continuano a riempirsi: perché qualcuno sente che rallentare, per capire davvero, è diventato un atto necessario.