
C’è qualcosa di profondamente controcorrente, quasi insubordinato, nel vedere un’aula piena per un corso di greco antico nel 2025. Mentre tutto intorno spinge alla velocità e all’immediatezza, al Liceo Berchet di Milano decine di persone di tutte le età decidono, in modo volontario, di sedersi davanti ad una lingua “lenta, densa e ostinata”, come affermano nella storia raccontata dal Corriere della Sera le professoresse Gusmini e Ziliani, responsabili del corso. «Il greco ti restituisce il lusso – quasi scandaloso – di un pensiero che non può correre. È un passo indietro che assomiglia stranamente a un passo in avanti», dice Giuseppe, uno dei partecipanti.

Le sue parole bastano a spiegare ciò che le lingue antiche fanno: non gridano, ma scavano; non promettono scorciatoie, ma restituiscono profondità. E il fascino è proprio lì. Molti dei presenti ammettono che avrebbero voluto fare il Classico, ma la vita li ha condotti altrove. Ora recuperano quel desiderio come si recupera un respiro lungo, necessario: tornano a una lingua che non si concede subito, che ti obbliga a pensare piano, a guardare meglio. È un ritorno al passato che illumina il presente.
Tornano a una lingua che non si concede subito, che ti obbliga a pensare piano, a guardare meglio. È un ritorno al passato che illumina il presente.

Ma perché fanno qualcosa che ogni liceale senziente rifuggirebbe? Per fascino, sì: il mistero di una lingua che chiede pazienza, che impone un ritmo flemmatico al pensiero. Studiare il greco significa accettare di non capire subito, di lasciarsi educare dalla complessità. È un esercizio di umiltà e, paradossalmente, un’esperienza di libertà.
Ma anche per un’utilità che non ha nulla a che vedere con abilità pratiche o soft skills. Il greco è, insieme al latino, l’origine delle nostre parole, la radice che dà spessore al linguaggio. È l’etimologia che rimette ordine nella confusione, che restituisce forma alle idee. È la struttura del pensiero occidentale: là dove sono nate le domande che ancora ci muovono, dove si è provato per la prima volta a dare un nome al mondo. È un modo di rimettere ritmo, di recuperare un centro, di opporsi al rumore.


Scegliere una lingua antica oggi non è solo un desiderio nostalgico: è un atto di consapevolezza. Un modo per riprendersi il tempo, per rendere il pensiero nuovamente sublime, per abitare il presente senza esserne travolti. E forse è per questo che al Berchet le aule erano piene: perché qualcuno, in un’epoca così superficiale, vuole ancora capire da dove nascono le parole e, con esse, i pensieri. Perché quel passo indietro, apparentemente inattuale, è in realtà il modo più lucido di guardare avanti.

Un’esperienza analoga si svolge anche al Liceo Vida di Cremona, dove i professori di lettere Marco Baroni e Stefano Frati tengono il corso με δαμνᾷ πόντια θυμόν, incentrato più sulla letteratura che sulla lingua in senso stretto. Avviato a metà novembre e in programma fino al 27 marzo, il corso si tiene ogni due venerdì ed è rivolto a un pubblico estremamente vario: studenti liceali con una minima infarinatura, ma anche adulti che desiderano avvicinarsi o ritornare al mondo classico.
Non è richiesta una conoscenza di base: nulla viene dato per scontato. Gli obiettivi del corso sono molteplici: offrire una conoscenza sia generale sia più specifica di alcuni autori, temi e motivi della letteratura antica; alternare incontri più ampi, dedicati all’inquadramento culturale, ad altri più analitici, incentrati sulla lettura e sulla traduzione di testi significativi. Le motivazioni dei partecipanti sono diverse: c’è chi torna per nostalgia, «il ricordo di studi passati», chi per «un interesse ancora vivo», e chi per cercare «un contatto tra il mondo antico, spesso solo semisconosciuto, e quello contemporaneo».
Alla domanda ricorrente “a cosa serve concretamente studiare greco e latino?”, il professor Baroni risponde: «È molto difficile dare una risposta immediata». «Spesso si pensa che si tratti solo di conoscenza dei fenomeni grammaticali o di pura erudizione, ma non è così». Greco e latino, sottolinea, «sono discipline complesse che aiutano a sviluppare una sensibilità maggiore nell’interazione tra persone e culture e nel confronto con tematiche di grande attualità, come l’incontro con l’altro».

Anche dal punto di vista linguistico la ricaduta è concreta: «Lo studio delle lingue classiche aiuta a impostare la comunicazione scritta e orale con un livello di consapevolezza nettamente superiore». Ma il valore più profondo, secondo Baroni, riguarda il rapporto con il tempo e con la memoria: «Studiando quei testi che hanno caratterizzato il nostro passato facciamo i conti con qualcosa che ci appartiene, perché noi veniamo da lì».

L’etimologia e le radici delle parole diventano così strumenti fondamentali: «Servono a capire il vero significato delle parole e delle lingue, a orientarsi di fronte a ciò che inizialmente appare sconosciuto, a comprendere determinati enunciati».Concorda il professor Stefano Frati, che individua proprio nella dimensione temporale uno degli insegnamenti più forti del mondo classico. E soprattutto, conclude Baroni, il mondo antico insegna la lentezza: «una lentezza necessaria, in aperto contrasto con il mito della frenesia che domina il nostro presente».
È una lentezza che non è inerzia, ma resistenza. Domare l’animo, με δαμνᾷ πόντια θυμόν, significa ritrovare un ritmo umano, imparare a stare nel tempo invece di subirlo, sottrarsi al rumore incessante e restituire profondità al pensiero. Forse è proprio questo, oggi, il gesto più radicale. Ed è forse per questo che, ancora adesso, le aule continuano a riempirsi: perché qualcuno sente che rallentare, per capire davvero, è diventato un atto necessario.