
«A 27 anni ho scoperto di avere una personalità». È forse da questa frase che bisogna partire per raccontare Jonida Bejleri. Perché prima di essere la prima donna cremonese a concludere la Atene-Sparta, prima di quelle 32 ore, 20 minuti e 29 secondi trascorsi correndo per 246 chilometri, prima del 100° posto assoluto e del 17° tra le donne, c’è una storia fatta di cambiamenti, difficoltà e di una donna che, a un certo punto del suo cammino di vita, ha iniziato a scoprire se stessa. E a correre.

Nida nasce a Valona, in Albania, in una famiglia numerosa. Arriva in Italia a 15 anni e presto comincia a lavorare. A 20 anni diventa madre per la prima volta. Cresce in un ambiente dalla mentalità chiusa, soprattutto nei confronti delle donne, e per molto tempo sente di essere definita dal luogo da cui proviene. «Da ragazza vedevo tutto come un dovere. Volevo studiare, diplomarmi, ma ero molto timida. Mi sentivo schiacciata da quello che ero e da dove venivo».

Poi, a 27 anni, arriva una prima svolta: si separa, attraversa un periodo difficile e la sua famiglia non reagisce bene alla scelta. Gli amici, però, le restano accanto. Ed è proprio in quel momento che comincia a scoprire una parte di sé che fino ad allora aveva lasciato in secondo piano.
La corsa arriva nel gennaio del 2016. «Ho iniziato perché mi piace mangiare e volevo tenermi in forma. In quel periodo facevo due lavori e avevo bisogno anche di trovare qualcosa che fosse mio». Entra nella 3C Cremona e trova un gruppo, una compagnia, il piacere di condividere la fatica e una nuova dimensione della sua vita. A marzo corre la sua prima maratona: 3 ore e 36 minuti e primo posto di categoria. Poi arriva la seconda, a Monaco, fino a quando una frattura da stress la costringe a fermarsi.
Nel maggio 2018 torna sulle lunghe distanze con il Passatore. Poi la Nove Colli, dove si ferma al 72° chilometro a causa di un problema alla tiroide. Corre anche una gara di dodici ore, dalle nove di sera alle nove del mattino: un’esperienza che diventa soprattutto un allenamento mentale. Perché nelle ultramaratone non conta soltanto quanto riescono a reggere le gambe. Conta anche quanto riesce a resistere la testa. «Se corressi da sola non avrei fatto tutto questo, da sola non sono così quadrata. Ho bisogno delle persone, della compagnia, di condividere quello che faccio».
Nella corsa trova anche l’amore, quello che oggi le sta accanto e la sostiene. Il marito la sprona, la famiglia guarda con orgoglio alle sue imprese e Jonida continua a mettersi alla prova. L’Atene-Sparta, però, è qualcosa di diverso. È un sogno. Per partecipare bisogna avere alle spalle un curriculum importante e lei ci prova.
La preparazione estiva non è semplice. Il caldo rende gli allenamenti pesanti e non sempre la voglia di correre è quella giusta. Si allena sulle colline piacentine, soprattutto al mattino, cercando di conciliare la preparazione con la famiglia. Osserva le ragazze che stanno preparando la gara e a volte si sente meno pronta di loro. Ma proprio quella sensazione diventa una spinta. «Era la gara della vita, mi sono impegnata più di tutto. Non sempre avevo voglia di allenarmi, soprattutto con quel caldo, ma sapevo che dovevo farlo. Volevo arrivare pronta».
La notte prima della partenza non dorme. Ma al mattino si sente bene. Vuole togliersi di dosso l’ansia e finalmente partire. Il 27 settembre, da Atene, comincia la sua corsa verso Sparta. Sono 246 chilometri. Al via sono in 403, all’arrivo saranno 276. Poi comincia a piovere. E per Nida è quasi una fortuna: «A me piace correre con la pioggia. Quando è iniziato a piovere ero contenta, mi sentivo bene». Al suo fianco c’è Michele Scoglio, anche lui della 3C Cremona. I due partono insieme, ciascuno con in testa la sua corsa, il suo passo, la sua fatica.. «Ognuno ha la sua gara, partiamo e io sto bene, ero leggera e felice».
Michele, a un certo punto, le dice di andare avanti. Ma Jonida non vuole. Non è lì per cercare il miglior tempo, non ha bisogno di andare più veloce. Per lei l’obiettivo è uno solo: tagliare il traguardo. E, se possibile, farlo insieme a Michele. «Non avevo bisogno di andare più veloce. Non mi interessava fare il tempo, non ero partita per quello: l’importante era finirla. Se Michele era lì con me, volevo condividere anche questo con lui». Così continua al suo ritmo, senza lasciarsi trascinare dalla classifica o dal cronometro.
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Intorno all’80° chilometro capiscono che possono farcela insieme. Non era stato programmato, non c’era un accordo prima della partenza: è qualcosa che è nato naturalmente lungo la strada, dalla condivisione della fatica e da un rispetto reciproco. «A un certo punto abbiamo capito che saremmo arrivati insieme. Non era una cosa che avevamo deciso prima, è venuta fuori durante la gara. Ognuno aveva il suo passo, ma ci siamo trovati. Se la sua presenza è stata importante? Determinante:Michele è una certezza, io sono incostante». E quando serve, Jonida sceglie anche il silenzio per non disturbare il compagno.
Le gambe, intanto, continuano a muoversi. Mangia e beve bene. La condizione è ottimale, anche grazie alla preparazione con lo staff: Veronica Signorini (nutrizionista), Enrico Vedilei (il coach che si occupa della pianificazione degli allenamenti) e Pietro Scolari (fisioterapista). In una gara così lunga anche riuscire a nutrirsi correttamente diventa parte della sfida. E lei continua. Sulle salite, con il buio arriva una sensazione quasi irreale: «Quelli non erano i miei piedi, mi sentivo volare. In alcuni momenti sembrava quasi che non fossero le mie gambe, perché continuavano ad andare».

La gara, però, la mette ancora una volta davanti alla sofferenza. Ma Jonida è abituata a conoscerla: nella vita ne ha già attraversata tanta e proprio per questo sa di avere la testa necessaria per resistere quando arriva il momento difficile. «Io penso di avere questa testa per soffrire, perché nella vita ho già sofferto tanto. Quando parto per una gara so che non posso mollare. Anche quando è difficile, voglio dimostrare a me stessa che posso andare avanti. E poi In queste gare incontri persone d’oro. Soprattutto di notte, quando sei stanco e sei nel buio, ci sono persone che non ti lasciano solo». È anche questo che rende un’ultramaratona diversa da una semplice corsa.
Poi arrivano gli ultimi dodici chilometri. Il sole batte le nubi e il caldo si fa sentire. Sparta si avvicina. La discesa tra gli ulivi accompagna gli ultimi passi, il cielo è ormai limpido. Dopo oltre trenta ore, il traguardo non è più un’idea lontana, ma qualcosa che può finalmente vedere.

Nida prende la bandiera albanese che le porgono Roberto Spotti e Simone Zacché, la sua crew, gli angeli custodi che l’hanno accompagnata e sostenuta per tutto il percorso. Con quel simbolo della sua terra sulle spalle e il figlio accanto, attraversa il traguardo. Il cronometro si ferma su 32:20:29. È è 100ª assoluta e 17ª tra le donne. Ma quei numeri raccontano soltanto una parte della storia.

All’arrivo ci sono anche alcuni bambini albanesi insieme ad alcune signore. È un momento che la emoziona profondamente. L’Albania, il Paese in cui è nata e con cui oggi ha ritrovato un rapporto sereno, torna ancora una volta dentro la sua storia. Ci torna almeno una volta all’anno, per la famiglia e per ritrovare quella parte di sé.
A Sparta, davanti alla statua, bacia i piedi del monumento a re Leonida e alza gli occhi al cielo, la nonna nei pensieri.
Forse è proprio questo il significato più profondo della sua gara. Non solo arrivare da Atene a Sparta, ma attraversare, in quei 246 chilometri, anche tutto quello che è venuto prima: la ragazza timida che si sentiva schiacciata dalla propria storia, la donna che a 27 anni ha scoperto di avere una personalità, la madre, la lavoratrice, la runner che ha iniziato quasi per caso e che oggi si misura con una delle prove più dure della sua vita.
Jonida corre anche per quella competizione positiva che la spinge a dare tutto, per quella voglia di mettersi alla prova che la accompagna da anni. «Ci devo provare, altrimenti non avrei fatto certe gare. Mi piace mettermi alla prova, dare tutto quello che posso e vedere fin dove riesco ad arrivare».
L’Atene-Sparta le ha insegnato che non sempre bisogna correre più forte degli altri. A volte bisogna trovare il proprio passo, avere accanto la persona giusta e continuare.
E quando le chiedono se tornerebbe a correre quei 246 chilometri, non risponde con un sì immediato, tanta è la «paura di rovinare quello che per me è stata un’esperienza perfetta».
Ma l’Atene-Sparta le ha insegnato ancora una volta che non sempre bisogna correre più forte degli altri. A volte bisogna semplicemente trovare il proprio passo, avere accanto la persona giusta e continuare.








